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venerdì 17 aprile 2015

Domani, all'alba.




Li ho persi, entrambi, lo stesso giorno. Strana, commuovente casualità. Se ne sono andati tutte e due in una bellissima giornata d'Aprile, il diciotto, a quattro anni di distanza. C'era il sole, il cielo blu e il tepore della primavera, per tutti e due.
Se ne sono andati lo stesso giorno ma in modi diversi, perché la morte fa un servizio personalizzato e non ama ripetersi.
Imbronciato, papà. Impaziente, mamma.
Ho tenuto la mano a tutti e due e li ho salutati sottovoce, ancora e ancora. Come quando si saluta qualcuno che parte in treno e lo saluti con la mano e gli occhi negli occhi, poi saluti facce sconosciute, poi saluti ferro che scorre, poi saluti un binario vuoto ma nella tua mente ci sono ancora gli occhi di chi ami, sorridenti e fiduciosi.
Mi mancano tutti i giorni, mi mancano dentro, mi mancano sempre ma mi mancano soprattutto quando sono felice, quando vivo momenti speciali che vorrei condividere anche con loro.
Quando passano le cerve, la sera, davanti alle finestre della cucina, allora ti penso papà e vorrei averti vicino e ti immagino che scuoti la testa, stupito e affascinato.
Quando prendo un aereo per un nuovo viaggio, ti immagino seduta al mio fianco, mamma, con la tua borsa piena di cose indispensabili e il mini contenitore per il peperoncino.
Quando trappolo in giardino, papà, mi vengono in mente tutti i tuoi esperimenti botanici, alcuni abbastanza improbabili e i giganteschi cavolini di Bruxelles, ricordi?
Quando arraffo la prima cosa che trovo nell'armadio e riciclo i vecchi jeans, per l'ennesima volta, sento la tua voce divertita che mi rimprovera, mamma e quando esco senza pettinarmi sento l'urletto dietro: Non uscirai mica così?!
Vorrei potervi raccontare dei vostri nipoti che crescono e ci riempiono di soddisfazioni e di sorprese, dei miei non- progressi, dello Scettico e dei suoi viaggi, dei panorami, delle oche canadesi che mi svegliano la mattina, degli opossum buffi e...
Ma domani è ancora il diciotto di Aprile ed io vorrei solo potermi incamminare come nella poesia Demain, dès l'aube e venire a trovarvi ...




mercoledì 15 aprile 2015

Di acqua nel deserto e codici misteriosi...

Per visitare l'Antelope Canyon ci vuole una guida navajo. Questo da circa una quindicina di anni, da quando una comitiva di turisti annegò nel canyon.




Sembra quasi macabro umorismo navajo pensare a gente che annega nel deserto, invece, qui, due volte l'anno, il mondo si trasforma e l'acqua invade con violenza primitiva questi budelli di tenera roccia, trasportando, spingendo, triturando qualunque cosa incontri sul suo cammino. Quando l'acqua  si ritira, tutto è nuovamente perfetto, liscio, ancora più bello. Pronto per noi, ignari uomini bianchi che armati di aggeggi che catturano l'anima ci infiliamo incantati in questi sacri pertugi.
Ah la guida indiana, tanto per farvi capire, sapeva fare foto straordinarie e insegnava a fotografi quasi professionisti tempi di esposizione, parlando di ISO, bilanciamenti e compensazione...





Mentre il fuoristrada corre sul sentiero, che è il letto in secca del fiume stagionale, due turisti americani dialogano con la guida. Ad un certo punto la voce dell'ormone del Montana si fa seria e profonda e in maniera formale, senza saluto militare solo per mancanza di spazio, ringrazia a nome di tutto il popolo americano il popolo Navajo per il servizio e l'aiuto importantissimo durante la seconda guerra mondiale. La guida sorride e risponde con il solito rumore di gola che mi è familiare. Sgomitata ai familiari vicini ( leggi Scettico e Tecnico). Eh? Cosa dice? Che aiuto? Sguardo vacuo dei traduttori. Boh! 
Per la guida indiana il discorso è chiuso ma per fortuna l'americano è ben contento di raccontare e così, una piccola ma incredibile pagina di storia, si apre.

La storia dei Code Talker.  Se già la sapete potete andare direttamente alle foto sotto.
 In poche parole, durante la seconda guerra mondiale,  l'esercito americano aveva bisogno di un codice segreto e indecifrabile, veloce da utilizzare. Qualcuno pensò alla lingua Navajo: difficile, con una sintassi degna del miglior Bartezzaghi, abituata alla sintesi da decenni di guerra senza quartiere e di vita dura ma soprattutto, completamente sconosciuta.
Una trentina di Navajo combatterono al fianco dei soldati americani. Potevano cifrare, trasmettere e decifrare un messaggio di tre righe, in inglese, in appena venti secondi contro i trenta minuti richiesti da una macchina dell'epoca.
Chi non era addestrato al codice, anche parlando la lingua Navajo, percepiva solo parole e verbi completamente scollegati tra loro. 
Come sempre la storia venne fuori tanti e tanti anni dopo la fine della guerra e le medaglie d'oro vennero date a quattro vecchietti duri a morire e una trentina di eredi di altri, che ormai avevano già serenamente raggiunto gli avi guerrieri nelle praterie celesti. 
Per chi fosse interessato c'è un film che racconta questa piccola parte di storia, con Nicolas Cage: Wind talker. Non assicuro una perfetta ricostruzione storica...sapete quando c'è di mezzo l'uomo bianco, bisogna diffidare.









To be continued...

mercoledì 8 aprile 2015

Quando il vento cessa di soffiare, si muore.

La lingua Navajo ha suoni lunghi che ti accarezzano  ma spezzati, improvvisamente, da strani fonemi corti che colpiscono come schiocchi.
Il popolo Navajo non guarda verso l'alto perché tutto quello che conta, per loro, è sotto i piedi e nelle rocce.
Hanno una incredibile fantasia visiva e riescono a scovare forme fantastiche in ogni angolo.
 La testa d'aquila, però, l'ho vista pure io.




 Non sorridono spesso e quando li ringrazi ti rispondono con un suono strano, veloce, di gola.
Gli uomini di una certa età hanno visi che ti incantano e occhi sospettosi.


 Le donne hanno capelli pesanti e neri che non amano essere tagliati. Quando sono corti si ribellano in strane forme a pagoda, quando sono lunghi si trasformano in meravigliose trecce che si appoggiano, fiere e immobili, lungo la schiena.




Quando entri in una hogan e pensi di infilarti in un posto buio e claustrofobico, devi fare immediatamente ammenda, perché la luce che penetra dall'alto si diffonde intensa, moltiplicata dal legno chiaro della struttura interna che è un capolavoro di carpenteria. Ti siedi a terra e riesci ad  immaginarla decorata di tappeti e stoffe e fai fatica ad uscirne.







I Navajos abitano  adesso in case container, poco curate esternamente ma che io ho immaginato  colorate e allegre dentro, proprio come una hogan.







Vivono in una dimensione di spazio che per noi europei e inconcepibile, se poi sei italiano, quando visiti la loro terra, ti convinci di essere nato in una scatoletta di fiammiferi minerva.




Ho avuto l'impressione che i Navajo non amino particolarmente i turisti, ma, grazie ad una sconosciuta e bizzarra turista italiana che è passata dalla riserva raccontando storie di terribili maltrattamenti subiti dal popolo italiano ( all'unanimità abbiamo pensato al periodo fascista ma non siamo riusciti a capire veramente, poteva trattarsi anche del periodo delle invasioni barbariche!), la nostra guida indiana, Goyathlay "uno che sbadiglia", Felix per l'uomo bianco, ci ha trattato come compagni di sventura e per un attimo ci siamo immaginati fianco a fianco nella lunga marcia. Ci ha detto che era stata una cosa molto triste quello che avevamo passato.
 Detto da lui suonava strano e terribile.








To be continued...





venerdì 27 marzo 2015

Domande

A cosa ha pensato? A cosa non ha pensato?
 E salito sulla scaletta e li ha guardati negli occhi. Li ha sentiti salire, uno per uno, sorridenti, rumorosi. Tutti con il loro biglietti in mano e con un numero in testa. Ha sentito le voci dei colleghi salutare più di cento volte, augurare una buona giornata che non ci sarebbe mai stata.
 Ha contato i tonfi delle cappelliere che non si sarebbero più aperte e si è riempito gli occhi dell'azzurro tenero che avvolge El Prat de Llobregat.
Cosa si è ricordato? Cosa non si è ricordato?
 Forse non ha ricordato la tenerezza delle mattine di Natale, in pigiama, con i piedi gelati. Non ha ricordato il mare e i giochi sulla sabbia. Non si è ricordato dell'odore dell'erba dopo un temporale e del profumo dei pini, le sere d'estate.
Ha ascoltato con sarcasmo le raccomandazioni di sicurezza, forse è stato il solo ad ascoltarle mentre l'ombra dell'aereo solcava il mare di Barcellona.
Cosa ha detto? Cosa non ha detto?
 Ha raccontato della cena in un piccolo ristorante del barrio di Gràcia, ha letto numeri e confermato dati, mentre le montagne si avvicinavano. Ha ascoltato le parole del comandante, quelle che tutti aspettano di là in cabina e pochi capiscono. Ha annuito sull'ora di arrivo.
Respirava piano mentre  sfiorava la roccia, perché è una manovra delicata.
Cosa sognava il bimbo del 25 B?

mercoledì 25 marzo 2015

Zibaldone

Il siparietto con le suorine e il cardinale non  mi è piaciuto. Il tono e le parole del monsignore non solo non erano divertenti ma erano una summa di banalità maschiliste. Detto.

Angelina credo stia esagerando ma ognuno può agire come vuole con il suo corpo. Certo che qui negli USA non è  da tutti potersi curare a questi livelli. La prevenzione è incoraggiata ma il costo degli esami è folle e non tutti hanno assicurazioni che coprono questi costi in modo decente. La sanità americana è complicata e mi lascia perplessa, molto perplessa.
Se si pronuncia la parola Obamacare, nella mia classe di inglese, alla prof viene un attacco di bile e si trasforma nel terribile Hulk. Quando avrò un livello di inglese migliore vi spiegherò perché. Da ricordare.


Sempre nella mia classe di inglese, alla domanda cosa vi manca di più del vostro paese, le brasiliane in coro hanno gridato: Mutande. Sappiatelo.

L'articolo di maggior consumo, in questo periodo sul suolo americano,  sono i vestiti da sera. Le feste di fine anno sono alle porte. Ma la mattina vanno ancora a scuola in pigiama e Ugg.
Io però mi ci sono infilata in un camerino pieno di vestiti, paillettes, ragazzine e ciccia. Io ho collaborato con la ciccia e l'entusiasmo. Ho detto una serie infinita di: nice, amazing, gorgeous. Mi sono divertita tantissimo e lo Scettico ha preso la forma della poltroncina come un barbapapà. Fatto.

Qui i dentisti non devitalizzano i denti e non li tolgono. C'è lo specialista della devitalizzazione e quello dell'estrazione. Però parlano tutti tantissimo mentre lavorano e ho scoperto: 1) che la costiera amalfinana è il posto più bello del mondo; 2) che negli anni settanta le voci in falsetto piacevano molto qui oltreoceano e la assistente di sedia non sapeva rispondere a colpo sicuro se chi stava cantando era maschio o femmina. Qui si fa cultura.

Vi ho già detto che gli americani urlano nei ristoranti? Soprattutto le donne? Se poi è sera e il ristorante è carino il tono aumenta e ridono fortissimo e cantano. Vi ho già detto che gli americani tengono una mano sotto il tavolo mentre mangiano? Gira una strana scusa che racconta del  vecchio West, di pistole e pranzi in relax con i commensali. Io diffido ancora. Lamentela.

Oggi piove, ho un leggero mal di testa, leggo brutte notizie e mi deprimo.
 Avrei un montón di cose da fare e invece scrivo frivolezze qui sul blog.

Aprile si avvicina e il mio zibaldone di giorni tristi e felici mi sta per travolgere.















lunedì 23 marzo 2015

Il mio blog in uno zaino



  1. MARILENA se n'è andata.
    Come fanno le persone vere, quelle del mondo reale. Improvvisamente.
    Marilena era vera, verissima anche se per andarla a trovare non suonavo ad un campanello, non facevo un pezzo di strada, magari in bici, come amava lei,  ma mi spostavo con una freccetta, cliccavo sul titolo del suo blog ed entravo nel suo mondo, solo con gli occhi. Nel suo blog si chiacchierava di tutto : di arte, di piante, di danza, della sua città, della sua famiglia, di viaggi, in leggerezza, senza voli pindarici. Marilena non si nascondeva dietro l'anonimato, come fanno molti blogger, ci metteva la faccia nel suo blog e il cuore. Ci metteva tutta la sua vita. C'erano spesso vecchie foto di famiglia che lei ci lasciava, come appoggiate su un tavolo, per condividerle con noi, compagni di viaggio. C'erano gli anni di lavoro, raccontati con umorismo e un pizzico di nostalgia, c'era tutto l'orgoglio di essere madre, c'era il suo essere figlia, grande e paziente e tutte, proprio tutte le sue molteplici passioni. 
    Quando raccontava del suo orto, io mi sedevo lì,  sulla panchina sotto la pergola, e la guardavo mentre zappettava intorno alle piante di pomodori, mentre apriva con aria sorniona il sacchetto di terra vulcanica, che si era portata dal suo viaggio alle pendici dell'Etna e mentre ne spargeva piccole quantità intorno ad ogni piantina, come fosse polvere magica, scettica ed entusiasta come una ragazzina. Sosteneva che la terra lavica avrebbe agito molto meglio di qualunque concime. Io annuivo e sorridevo. Me ne stavo lì ad ascoltare i mille rumori, che lei ci sapeva far arrivare, anche a diecimila chilometri di distanza,da quel pezzetto di terra che era il suo luogo del cuore.
    C'è uno zaino abbandonato lungo i binari, c'è sempre stato è lo sfondo del suo blog ma adesso ha un significato completamente diverso.
    Marilena se n'è andata e ci ha lasciato il suo zaino pieno di parole.
    Io voglio tenermi strette queste di parole, quelle che mi ha lasciato per il giorno del mio compleanno. 

    1. " Il regalo bello me lo hai fatto tu quel giorno che bussasti con tanta discrezione alla porta del mio blog, mi piacesti fin da allora e nel tempo mi sei piaciuta sempre più. Io non sono una sensitiva, ma tu sicuramente sei fra quelle persone che sanno farmi scivolare il velo di dolcezza sul cuore (oltre a tutte le altre doti che ti riconosco ma che non te le spiattello ora ... me le tengo magari come regalo di Natale).
      Auguri mia dolce compagna di viaggio, passa un buon compleanno. Spero ti arrivino il mio abbraccio ed il mio bacio :). Ciao. Marilena"
    Buon viaggio Marilena, non ti preoccupare per lo zaino, te lo tengo d'occhio io.


venerdì 6 marzo 2015

Il richiamo della foresta, fuori dalla cucina.

Dove le condizioni atmosferiche sono dure la vita deve tenere il passo. Non c'è spazio per chi è debole e chi non combatte soccombe. Gli inverni da queste parti ricordano, senza ombra di dubbio, descrizioni dei romanzi di Jack London. Fuori dalla mia cucina si scatena la Natura e la neve si accumula dandomi la sensazione di essere isolata dal mondo.





Le bestiole, anche le più piccole, ti sorprendono per fantasia, una fantasia necessaria plasmata dalla fame e dal freddo sempre più intenso.



Alle porte dell'inverno, in un giorno lucido di sole, ho sentito colpi di martello in casa. Gli operai, con cui vi ho tediato per mesi, sono ormai solo un lontano ricordo e penso a lavori dal vicino. Passo da una finestra all'altra ma è il solito deserto. I colpi continuano e in compagnia di Pelosone cerchiamo di capire da che angolo della casa provengano, finalmente usciamo sulla terrazza e guardiamo il muro della cucina. Un enorme picchio, in perfetto stile Woody Woodpecker, mi sta trapanando il muro.
 Dai piccolo, via non scherziamo, con tutti gli alberi che ci stanno! Il picchio, per niente intimorito, va avanti tutto il giorno nonostante l'andirivieni mio e di Pelosone per convincerlo, anche non amabilmente, a traslocare. A sera, comunque, il muro ha un perfetto buco tondo che si innoltra nelle cavità misteriose della casa americana.
















Oggi, stesso andirivieni, reso leggermente più difficoltoso dal mezzo metro di neve che ormai è tutt'uno con la terrazza, per convincere uno scoiattolo a non divorarmi tutte le sedie del salotto estivo che devono essere particolarmente gustose. E così, improvvisamente, capisco perché tutto il vicinato ha sedie e tavoli in ferro.








Qualche mio lettore particolarmente amante degli animali potrebbe ora dirmi: ma dai da mangiare  a quelle povere bestie!
Tranquilli, cercando di restare in un budget ragionevole, ho allestito una mensa da campo con differenti livelli e differenti offerte che dovrebbe soddisfare parecchie specie:
malloppo di mais per gli scoiattoli, mangiatoia classica per uccelli granivori, cubo di grasso per insettivori, ciotola con misto di mangime e verdure per lepri e cervi.







Ieri mentre preparavo il pranzo un grido gutturale mi ha fatto sobbalzare: un grosso falco era tranquillamente appollaiato vicino alla mensa da campo.





 Sospetto che il suo verso fosse una qualche forma di ringraziamento.

Intanto Zanna Bianca medita sul suo materassino.


PS.
Le foto del post sono tutte di mia produzione, se ve ne serve una o più  almeno citatemi.




mercoledì 4 marzo 2015

Londra 1851 - Milano 2015

Il Tecnico è tornato alle origini.
Per diversi mesi lavorerà nella terra patria.
Ha salutato, con una certa tristezza, la ventosa e colorata Londra per immergersi in una elegante ed Exposissima Milano.
Mi piace saperlo in Italia, mi piace l'idea che possa conoscerla, scoprirla in tutte le sue sfaccettature, guardarla da vicino, giudicarla da solo, senza idee preconcette e stereotipi.
Ho già il telefono pieno di foto di prodotti alimentari: biscotti in pacchi gialli, scatole di pasta azzurre, ovetti e ovoni di cioccolata, coppette di gelato al caffè. Tante madeleine virtuali che mi fanno viaggiare e ricordare.
Il Tecnico è tornato alle origini.
In bocca al lupo, Tecnico e buon lavoro. Porta pazienza sui piccoli e conosciuti difetti di noi italiani e gioca di fantasia, pretendi professionalità perché c'è, esigi lavoro duro che sappiamo farlo, lo abbiamo sempre fatto e lo abbiamo esportato nel mondo. Pretendi rigore che ogni tanto ci lasciamo prendere dal tira- via ma solo perché siamo distratti dalla bellezza che ci circonda. Esigi gentilezza in ogni momento e sorrisi ogni giorno 'chè eravamo un popolo sorridente, ci siamo solo un po'incupiti.
Non arrabbiarti troppo e quando esagerano ricordati che questo è solo un porto dal quale salperai di nuovo tra qualche mese ma sicuramente lasciandoci un pezzetto di cuore.
Forza Tecnico, cerca di nutrire una piccola parte del pianeta, con passione e fantasia.

domenica 1 marzo 2015

Qui Radio Londra

Questo è un posto di parole, parole scritte.
 Questo è un posto silenzioso, dove le voci sono solo immaginate.
Qui d'abitudine si legge, ma domani e solo domani, qui si ascolta.
Alle sette di sera, ora italiana, avrete l'occasione, unica ed irripetibile, di ascoltare la voce di Mìgola.
Sicuramente mi pentirò di avervelo detto ma ormai è fatta.
Ne riparliamo domani.

venerdì 20 febbraio 2015

Po' speta che te conto...

Ieri ho sfidato il tempo.
 Navigando, quasi per caso ma attraverso una serie di magiche coincidenze,  ho modernamente scavalcato le ormai improbabili serate in famiglia, riuniti attorno ad un tavolo, dove si ricordavano, in uno zibaldone allegro, i vari nonni, bisnonni, zii, cugini lontani.
Devo dire che non ho proprio una famiglia stile Kunta Kinte, almeno da parte materna e le zie interrogate al volo non ricordavano nemmeno i nomi del nonno materno.
 Vi adoro ma con voi Radici sarebbe stato un opuscolo poco dettagliato.
Grazie a mamma Provincia, invece, che ha un sito strabiliante dedicato ai migranti, con una mezza giornata di lavoro intenso, ho potuto farmi un albero genealogico da invidia risalendo fino al 1815. Chi storce il naso sulla data, si rivolga ai miei due aedi trentini e poi farà meno lo schifiltoso.
Ho scelto di risalire in linea materna alla ricerca della parte femminile e nonna dopo nonna mi sono avventurata in un piccolo paese sconosciuto che si chiama Prade, nella valle del Vannoi, da dove arrivava la mia trisavola con un nome meraviglioso: Bortolammea.
Bortolammea era nata nel 1863, cento anni prima di me.
Era una donna forte con gli occhi chiari e i capelli color del larice in autunno. Adorava guardare le albe nella sua valle e adorava la neve, fin da bambina. Faceva sogni incredibili che avrebbe voluto raccontare nelle lunghe serate d'inverno. Cecilia, brusca e malinconica, la interrompeva sempre, quasi avesse paura di quei sogni sgangherati e premonitori della sua bambina...
Ieri ho sfidato il tempo, ho scoperto da dove vengo e ho incontrato Bortolammea.
Ciao nonna.