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domenica 1 marzo 2015

Qui Radio Londra

Questo è un posto di parole, parole scritte.
 Questo è un posto silenzioso, dove le voci sono solo immaginate.
Qui d'abitudine si legge, ma domani e solo domani, qui si ascolta.
Alle sette di sera, ora italiana, avrete l'occasione, unica ed irripetibile, di ascoltare la voce di Mìgola.
Sicuramente mi pentirò di avervelo detto ma ormai è fatta.
Ne riparliamo domani.

venerdì 20 febbraio 2015

Po' speta che te conto...

Ieri ho sfidato il tempo.
 Navigando, quasi per caso ma attraverso una serie di magiche coincidenze,  ho modernamente scavalcato le ormai improbabili serate in famiglia, riuniti attorno ad un tavolo, dove si ricordavano, in uno zibaldone allegro, i vari nonni, bisnonni, zii, cugini lontani.
Devo dire che non ho proprio una famiglia stile Kunta Kinte, almeno da parte materna e le zie interrogate al volo non ricordavano nemmeno i nomi del nonno materno.
 Vi adoro ma con voi Radici sarebbe stato un opuscolo poco dettagliato.
Grazie a mamma Provincia, invece, che ha un sito strabiliante dedicato ai migranti, con una mezza giornata di lavoro intenso, ho potuto farmi un albero genealogico da invidia risalendo fino al 1815. Chi storce il naso sulla data, si rivolga ai miei due aedi trentini e poi farà meno lo schifiltoso.
Ho scelto di risalire in linea materna alla ricerca della parte femminile e nonna dopo nonna mi sono avventurata in un piccolo paese sconosciuto che si chiama Prade, nella valle del Vannoi, da dove arrivava la mia trisavola con un nome meraviglioso: Bortolammea.
Bortolammea era nata nel 1863, cento anni prima di me.
Era una donna forte con gli occhi chiari e i capelli color del larice in autunno. Adorava guardare le albe nella sua valle e adorava la neve, fin da bambina. Faceva sogni incredibili che avrebbe voluto raccontare nelle lunghe serate d'inverno. Cecilia, brusca e malinconica, la interrompeva sempre, quasi avesse paura di quei sogni sgangherati e premonitori della sua bambina...
Ieri ho sfidato il tempo, ho scoperto da dove vengo e ho incontrato Bortolammea.
Ciao nonna.





mercoledì 11 febbraio 2015

In anticipo

L'amore si coniuga in vari tempi e modi,
l'amore si ricarica per contatto,
l'amore non invecchia e si trasforma,
l'amore si nasconde negli angoli più strani
e ti assale, ridendo, mentre sei  triste.
L'amore è multiforme
e ogni forma si trasforma, distorcendo l'immagine precedente.
L'amore è suono, pelle, odore.
L'amore è attesa,
paziente ascolto vestito di desiderio.
L'amore è distanza dolorosa.
L'amore sono occhi stanchi e capelli dimenticati nel pettine, il mattino,
sono ciabatte vicino al comodino e pigiami aggrovigliati sotto il letto.
L'amore sono le tue braccia che mi aspettano sempre.
L'amore è anche qui, silenzioso e paziente, seduto accanto al dolore.

venerdì 6 febbraio 2015

Ci siamo e stiamo anche abbastanza bene.

Vorrei rispondere a chi, nel motore di ricerca, ha inserito la inquietante domanda: ci sono italiani a Detroit?
Sì, ci siamo, tranquillo e stiamo anche abbastanza bene. Sarebbe simpatico avere anche un effetto eco in questo caso, darebbe un tono leggermente epico al post.
Noi italiani abbiamo una buona resistenza alle avversità e quindi sopravviviamo ai meno diciotto mattutini, alla neve in buona quantità e che viene spalata approssimativamente, ai coyote che girano affamati, ai cervi che ti tagliano la strada, agli autisti che telefonano, mangiano, leggono, agli sceriffi appostati ovunque, ai biscotti degli scout.
Caro navigatore del web, ti vorrei rassicurare.
Siamo una comunità bella allegrotta, numerosa e in salute.
Certo, quando alcuni di noi si ritrovano in gruppo, la sera intorno al fuoco,  si sviluppa il classico effetto nostalgico del migrante e si parla inevitabilmente delle famose tre C: cucina, caffè, clima.
 Ma stiamo benino e conviviamo pacificamente con i locali anche quando fatichiamo, come nel mio caso, a capirne l'idioma.
Ci abituiamo presto a certe comodità, ormai scomparse sul vecchio continente, come: trovare subito parcheggio, dimenticarsi quasi di chiudere la porta di casa, essere salutati cordialmente da commesse ed impiegati, qualcuno che ti mette la spesa nei sacchetti, tanti sacchetti, avere dei vicini cordiali e attenti e il dentista che la sera, dopo una pulizia, ti telefona a casa per sapere come stai.
Caro internauta, la tua domanda mi ha fatto sentire un po' come una pioniera, non vorrei che certe statistiche, messe in rete forse dal Tecnico in un estremo tentativo di bloccare la migrazione dei genitori,  ti avessero spaventato. Il Tecnico sostiene, dati alla mano,  che sia più pericoloso passeggiare di notte per Detroit che per Baghdad e forse in certi quartieri non è proprio consigliato aggirarsi alle tre di mattina ma normalmente, noi pionieri, giriamo tranquilli, andiamo a teatro, allo stadio, in ristorante, nei musei e torniamo sani e salvi a casa.
Detroit non è certamente una delle più belle città degli USA ma ha un fascino unico che ti intriga, un mix perfetto di decadenza e forza.
Se hai ricevuto una proposta di lavoro e sei terrorizzato, caro lettore con dubbi amletici, lascia un commento la prossima volta, noi pionieri siamo pronti a fare quadrato e a fugare molti dei tuoi dubbi.
Ci siamo e stiamo anche abbastanza bene.






venerdì 30 gennaio 2015

Funeral home

Ieri sera ho partecipato ad un funerale americano.
Sono entrata per la prima volta in una funeral home.
Una funeral home è proprio come una casa, niente a che vedere con le squadrate, asettiche e tristissime camere mortuarie a cui siamo abituati in Italia o meglio a cui sono abituata io, visto che non conosco certo tutte le realtà italiane.
Morbidi divani, caminetti accesi, librerie piene di libri veri. Una vecchia villa silenziosa e accogliente    dove i passi si fanno felpati su soffici tappeti. Una foto incorniciata all'ingresso ti dice che il tuo amico, conoscente, parente ti aspetta nella sala rossa in fondo a destra ma senza fretta, togliti il cappotto, scaldati davanti al fuoco se vuoi. Vuoi qualcosa da bere? Accolto e accompagnato entri nella sala piena di gente, di bambini, di foto e disegni. Diresti una riunione di famiglia, di quelle importanti. Le bimbe sono piene di fiocchi e vestiti eleganti e senza scarpe. La vedova è seduta su un divano vicino al morto e tiene  in braccio una nipotina, chiacchera con una vecchia amica e ogni tanto tiene d'occhio il marito come facciamo noi donne, mi raccomando non esagerare, diplomatico, amabile con lo zio brontolone, cravatta a posto?
I figli, che sono grandi copie del signore adagiato nella bara, accolgono parenti e amici con vigorose strette di mano e abbracci forti. C'è voglia di raccontare e il vecchio signore è nei racconti che si sviluppano nei vari angoli della grande sala. Ogni tanto riceve la visita del nipotino di sei anni che lo tiene al corrente degli arrivi e gli presenta i vari amichetti. Solo un attimo grandpà, perché abbiamo parecchie cose da fare.
Ho salutato anch'io questo vecchio signore che non conoscevo affatto, ho curiosato negli  istanti importanti della sua vita attraverso le foto che aveva accanto. Lui bimbo alla fine degli anni trenta, studente con enormi occhiali negli anni cinquanta, giovane sposo negli anni sessanta, felice papà verso gli anni settanta, pelato e sorridente sotto alberi di Natale negli anni ottanta, con la pancia ma sempre sorridente per il resto della sua vita e con altri bimbi piccoli tra le braccia, quelli che adesso corrono nella sala, che è la sua foto finale.
Mi è piaciuto questo momento. Avrei voluto qualcosa di simile anche per i miei. Un posto caldo e accogliente dove stare con  i tuoi per celebrare un momento difficile ma sempre parte della vita. Mi sono immaginata come sarebbe potuto essere il commiato della mia guerriera, in una situazione simile, con la sala rossa piena di amici e di tutta la gente che avrebbe raccontato di lei e del suo coraggio e le foto dove  sarebbe stata splendida e sorridente. Poi ho immaginato la sala rossa piena di cacciatori vestiti di verde e con i rametti di pino sui cappelli e i gagliardetti dell'Arma momentaneamente abbandonati negli angoli per poter abbracciare i commilitoni. E quelle foto dove papà faceva finta di essere un pugile serio, e quella dove è in divisa con me piccolissima in braccio.
Buon viaggio vecchio signore.
Nice to meet you.


venerdì 16 gennaio 2015

Octopus

Ho cambiato scuola. Anzi sono stata gentilmente espulsa dalla scuola che frequentavo, è una lunga storia ma vi assicuro che non ho fatto niente di male e che non è colpa mia.
Adesso vado in un'altra scuola. Compagne nuove e c'è anche un maschietto, povero.
Tante coreane e giapponesi, ancora. Meno messicane e più  brasiliane, una sola italiana. Sono un'attrazione.
 A sentire la prof non c'era un italiana in classe da long-time.
Mi piace dire che sono italiana perché, qui, scatena una serie di gorgheggi e degli occhietti allegri  e attenti che ti guardano come se tu fossi un panda.
Tutti sanno dov'è l'Italia,  tanti hanno fatto viaggi faticosissimi in Italia, moltissimi sognano di andarci in Italia ma pochi la conoscono veramente.
Oggi a scuola abbiamo parlato di morti, anzi di morti imbalsamati e se  ho capito bene, cosa non certo scontata, qui negli USA è pratica comunissima imbalsamare i propri cari per poi tumularli in placidi prati da dove non si muoveranno per almeno cento anni.
Ho messo da parte ogni vergogna e ho chiesto:" Uno, zero, zero? Really?"
C'è tanto spazio qui, lo dimentico spesso.
Cento anni di riposo indisturbato. Che lusso, ho pensato. La mia europeità, che mi costringe a pensare sempre stretto,  fatica ad abituarsi ai grandi orizzonti americani.
Sette anni! Ha sentenziato una delle messicane: " da noi restano in terra sette anni."
Really?!
Quindici! Ho azzardato io, sentendomi un po' meno stretta di Città del Messico.
In Giappone non si discute, fumo e ceneri ma c'è tutta una strana proceduta di giorni da rispettare che non ho sinceramente capito. Le coreane hanno provato a spiegare qualcosa che c'entra con le fasi lunari. Che fatica, ragazze.
La mia nuova prof ha una certa età ma è curatissima, ha un forte senso dell'umorismo che trovo molto europeo, è nata e vissuta nel raggio di dodici miglia e credo viaggi il mondo attraverso i suoi allievi. È curiosa ma educata e pronta a mettersi in gioco nel raccontarsi.
Fissata con la fonetica, fa strani gesti con le mani che dovrebbero rappresentare i suoni e devo dire che alla fine funzionano.
Ad esempio adesso so perfettamente come si pronuncia: octopus.
Il difficile è infilare la parola octopus in un colloquio normale e basico, quelli miei, insomma.
Si accettano suggerimenti.






giovedì 8 gennaio 2015

Io questa notte sono Charlie.

Charlie Hebdo stazionava spesso sul comodino del Tecnico.
Le sue vignette irriverenti, acute, pungenti ci hanno fatto ridere ma anche pensare e spesso ci hanno permesso di toccare argomenti delicati o sconosciuti.
 Quei personaggi dai grossi nasi e dagli occhi tondi sembravano voler uscire dalle pagine del giornale per scandalizzarci meglio.
Non eri mai al sicuro con Charlie, di qualunque religione tu fossi. Una volta era il Profeta, un'altra il Papa o un rabbino ad essere presi di mira. Non si salvavano i politici di ogni colore, gli scrittori,  gli attori,  i finti ecologisti e i militari. I capi di Stato, i premi Nobel.
 Charlie non faceva sconti  a nessuno e nessun argomento era tabù, nemmeno quelli più delicati e apparentemente intoccabili. Questa era la forza di Charlie.
Molte volte di fronte ad uno scandalo o ad un fatto di cronaca eclatante ci si trovava a pensare: chissà cosa si inventeranno quelli di Charlie? E spesso, mentre passavi davanti ad un'edicola, sbirciavi  per guardare la vignetta della prima pagina.
Termometro di una società multietnica, agitatore di culture diverse destinate alla convivenza, questo era il giornale. Senza limiti, senza rete, senza barriere. Intelligenti e stupidi come adolescenti in cerca di guai. Provocatori e paladini di una libertà assoluta. Dissacratori e amanti della vita. Goliardi e pronti alla lotta.
Questi erano i disegnatori di Charlie.
No, non sono tutti morti, lo so.
Ma da oggi niente sarà più come prima, perché quelle scrivanie insanguinate cambieranno il modo di disegnare e cambieranno il nostro modo di leggere quelle vignette. Ci sarà un Charlie prima e un Charlie dopo e quello dopo non potrà non fare i conti con la responsabilità di dover essere all'altezza, di dover essere dissacrante nonostante, di dover essere con ( alla francese) nonostante...
E come sempre mi chiedo: cosa si sarebbero inventati oggi, i quattro di Charlie, come ultima vignetta da prima pagina? Di sicuro non ci sarebbe stata nessuna retorica, nessun autoincensamento, niente martiri o eroi ma una grassa risata più rumorosa delle armi automatiche.
Io, questa notte, vorrei saper disegnare.
Io, questa notte, sono Charlie.

sabato 20 dicembre 2014

Itagirls on the Road: Auguri di Natale




Quale miglior modo di augurarvi Buone Feste se non insieme alle mie compagne di strada?
Da domani sarò effettivamente on the road per una quindicina di giorni, vi abbraccio adesso e vi racconto tutto al mio rientro.
Fate i bravi.

mercoledì 17 dicembre 2014

Ghostwriter in erba



Su tutto regnava la pace
la notte era solo riposo
la neve era solo biancore.
Al figlio del cielo urlo’ pace
il respiro di un essere alato
risuono’ la capanna selvaggia.
Tonfi tuonano nelle foreste
tempo, tempo, battono il tempo.
Al figlio di Giano solo rimbombi
al figlio del cielo scandiscono pace.
Vicino al suo gregge che mormora piano
riposa il pastore. Riempie il silenzio
di un suono cupo, soffia nel corno:
é ora di andare. Camminano lente le pecore tristi
negli occhi vivi ricordi d’estate,
nelle zampe gelate la voglia di stare.
Il canto allegro del corno alpino
rimbalza sui pini svegliati dal sole
con unica nota ti mormora pace.
Alla stirpe di Enea che tiene la torcia
ricordi di guerre, di schiavi, di morte
agghiaccian la notte e colmano il buio
di neri fantasmi. Ma il fuoco scintilla
lungo la costa di guardia in guardia
di cima in cima. Il centurione guardando la luce
ora dorme sognando un bimbo che nasce.
Suona una tromba nella vallata
limpida corre di torre in torre
ed al villano che suda nei campi
ricorda i giorni, le semine, gli anni.
Lo chiama alla guerra, lo porta alla festa
il suono stridulo gli scende nel cuore
gli grida: Come tuo figlio é nato il Signore.
Come timidi tarli chioccian parole
dentro un filo sottile si stringono i sogni
in un punto, una linea mascherati messaggi.
La mia voce ora puo’ volare lontano
e tu sembri piu’ antico segmentato linguaggio.
La mia voce ora puo’ raggiungere il mondo
ho marchiato ogni uomo con un grumo di cifre.
Con la voce ho vicino tutti quelli che amo
sussurrando io posso gridargli che é nato.
Grossi ombrelli girati e puntati nel buio
sono il nostro futuro, il nostro domani.
Rumori sinistri che viaggian lo spazio
sibili, cigoli, grida di stelle.
E come agli albori da questa capanna
cerchiamo qualcuno per sentir pace.
Mìgola 1988

Con questa poesia ho vinto un concorso, nelle vesti di ghostwriter,  per una serie di fortunate coincidenze ho però potuto godere in pieno del premio assegnatole. 
Come ogni concorso che si rispetti aveva un tema da sviluppare e penso che, leggendola, vi sia sembrato abbastanza chiaro: le comunicazioni e il Natale.
L'ambito del concorso era particolare e soprattutto molto maschile. Ogni volta che la tiro fuori dal cassetto e la rileggo mi chiedo come la giuria abbia potuto scegliere  proprio questa poesia e pensarla scritta da un omone. L'omone in questione sorrise sotto i baffi ritirando la pergamena e la piccolissima medaglia e poi mi portò con lui in licenza premio.