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sabato 8 agosto 2015

Lettura domenicale

     Gli occhi nella neve

Fosco non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio di una catastrofe ma di sicuro sapeva che quando il prete saliva la strada con un passo veloce e tenendosi la tunica con tutte e due le mani c'era nella aria qualcosa.
- Buongiorno Don! - Gridò forte Fosco contro il vento che saliva dalla valle.
Il prete bofonchiò qualcosa e fece un cenno di saluto con la mano, senza quasi girare la testa. Continuò la strada a passo svelto con le spalle piegate da chissà quali pensieri. La strada dopo pochi metri si restringeva e diventava un sentiero che seguiva il saliscendi dei poggi.
Chissà dove stava andando don Aldo, si chiese Fosco, il sentiero portava in direzione della casa del pecoraio e poi si inerpicava verso l'ultimo paese della vallata ma ci voleva almeno un ora di buon cammino e poi a Figliano c'era già  don Giustino che diceva messa, tra un bicchiere e l'altro.
Fosco sorrise pensando a don Aldo.
Un brav'uomo, don Aldo, se non fosse stato per il vizio di saltare giù dalle finestre.
L'ultima volta, saltando, si era rotto un piede e le stampelle, con il loro cupo doppio tonfo sul selciato, avevano sottolineato per un paio di mesi la sua colpa, ad ogni passo trascinato. Era stato anche convocato dal Vescovo in città ed era tornato sobrio e serio. Le omelie della settimana seguente si erano stranamente popolate di angeli giustizieri, di fiamme calde dell'inferno e le anziane del paese avevano stretto il rosario tra le mani con più determinazione che durante il maggio.
Quel Berto lo aveva  capito subito che il don era saltato giù dalla sua camera da letto in quella primaverile  mattinata, la stessa  in cui  lui avrebbe dovuto essere a  Cadenzano, per delle carte, ma poi si era invece fermato troppo dal Gigante, a parlare di  quel terreno che voleva vendere e aveva deciso di rientrare a casa a mangiare un boccone, prima di andare nei campi. 
Gli era bastato guardare le guance arrossate di sua moglie agitata e  che parlava troppo forte in mezzo al gruppetto  delle donne. Tutte cercavano di aiutare il don che si contorceva per terra, sotto casa, sotto la finestra,  tutte tranne lei.
 E i due avevano certo sentito che  lui stava arrivando,  'chè in paese tutti si salutavano a voce alta e ogni volta che si incontravano, fosse stata anche la ventesima volta e ti chiedevano tutti dove andavi e cosa stavi facendo, tutte le volte, sempre.
E  così, mentre il Berto girava l'angolo della canonica per spuntare nello stradino di casa, la Maria  lo aveva visto e tutta allegra gli aveva buttato lì un bel:
- Oh Berto, dove vai? Visto che bel sole oggi?
Poi il tonfo, il grido soffocato e le grida delle donne alla fontana.
Tutto il resto era diventata storia da bar.
Fosco sorrise.
Il pennato tagliava metodico e il suono era quello giusto dato dalla filatura perfetta della lama. Ogni movimento preciso del polso corrispondeva ad una larga mezzaluna di erba che si reclinava sul terreno. Mezza luna dopo mezza luna Fosco andava veloce e preciso. Stava ancora sorridendo quando gli parve di udire un grido. Acuto, brevissimo.
Veniva dal paese. No. Lo aveva portato il vento, veniva dal sentiero. Forse qualcuno aveva fatto un grido per chiamare. No era troppo corto e spaventato. E se fosse stato don Aldo che era caduto, questa volta non da una finestra? Valeva la pena dare un'occhiata, pensò Fosco. Buttò il pennato sul mucchio di fieno e si avviò lentamente.
Le nuvole cariche di pioggia salivano in fretta dalla valle e lui pensò che se il don era caduto, magari per la caviglia ancora debole, si sarebbe preso un bello sguazzo a stare sul sentiero. Girò l'angolo della collina e si infilo nel sentiero sassoso incorniciato di cespugli di sorbo. Oltre i cespugli c'erano i terreni coltivati ma erano tutti deserti, vista l'ora.
Il sentiero era silenzioso fino alla curva e Fosco decise di arrivare fin là prima di chiamare.
C'era profumo di legna bruciata nell'aria e di funghi.
- Don Aldo?!
 Lo gridò senza convinzione. Era sicuro di aver male interpretato quel suono che già aveva perduto potenza nella sua mente. Forse qualche ragazzo in paese che faceva lo stupido, nient'altro. Una perdita di tempo.
- Oh, don Aldo! 
Stiracchiò ancora più la o per allungare la portata del richiamo.
Fatta la curva, il sentiero si apriva in un leggero slargo erboso dove, qualche decennio prima, mani e muscoli pietosi avevano costruito una piccola edicola dedicata alla Madonna. Appoggiato all'edicola, seduto a gambe larghe e con la testa ciondolante, stava don Aldo.
Fosco incominciò a correre, come corrono i contadini, con falcate lunghe ma poco veloci, mettendo i piedi nei posti giusti senza guardare. Mentre si piegava sul prete si accorse di uno strano odore di fiori, intenso e dolciastro e pensò che quello era l'odore del sangue dei religiosi.
Don Aldo, che vi è successo? Forza, svegliatevi!
Il prete pareva svenuto, era pallido e leggermente sudato. Fosco si tolse la fedele coppola che lo accompagnava ovunque e con quella in una mano si mise a fare aria al don mentre con l'altra gli dava ruvidi colpetti su una guancia.
Mi ha parlato...biascicò don Aldo, ancora con gli occhi chiusi.
Via! Apra gli occhi! La voce di Fosco tremava leggermente.
La Madonna...mi ha parlato. Adesso la voce era più chiara. Il don aprì gli occhi all'improvviso  e guardò Fosco con un'espressione allibita e quasi accusatoria.
L'hai fatta scappare tu!
Ma chi?
La Madonna, Fosco! Era qui e mi ha parlato.
Va bene, adesso alzatevi, forza.
Aiutato dalle forti braccia di Fosco, il prete si alzò e istintivamente si portò la mano alla testa, si guardò le dita, erano sporche di sangue.

La storia di don Aldo e della Madonna poteva essere semplice e banale se fosse rimasta confinata nella buia osteria del paese. Tra qualche bicchiere di vino e carte scurite di terra e di mosto, la storia del prete prese la via della burla e si spense in pochi giorni perché priva di particolari intriganti. La stessa storia si tinse di altri colori e pigliò un’altra proporzione nella stalla dove si riunivano le vicine di casa di Fosco. Ogni volta la narratrice aggiungeva alla storia dei particolari che riteneva importanti e certissimi e il dialogo tra i due uomini si dilatava. La visione della Vergine  si arricchiva di effetti speciali come nuvole, cerchi di luce e squilli di trombe. 
Le frequentatrici assidue della messa mattutina prestarono maggiore attenzione alle parole del parroco dopo “l’incidente”.
Fu così che egli stesso definì quello che era successo, “l’incidente”,  per sfuggire alle domande insistenti della perpetua e delle parrocchiane. 
La perpetua, era una donna alta e mascolina che non si era mai sposata e che aveva trascorso la sua vita a lucidare gli ottoni della chiesa, inamidare i centrini degli altari e vestire i santi per le processioni. Parlava poco e pareva sempre arrabbiata, attributo utilissimo per scacciare i mocciosi dal cortile della parrocchia armata di scopa e di grandi mani. Lei don Aldo lo conosceva bene. Conosceva i suoi calzini buttati sotto il letto, le sue sottane sporche di fango e il suo debole per le gonne. 
Sapeva dei suoi salti dalle finestre e dei bicchierini all’osteria ma conosceva anche la sua disponibilità, il suo intuito per le situazioni difficili in seno alle famiglie e l’abilità di aiutare senza mai essere invadente. Lui sapeva parlare con tutti senza barriere e si faceva voler bene.  Le sue omelie non erano dei capolavori di arte oratoria e cercando l’ispirazione le faceva praticamente tutte alla cieca. Chiudeva gli occhi, infatti e alzava il viso verso l’alto leggermente girato a sinistra verso l’altare di S. Michele e parlava così con gli occhi chiusi. Non aveva l’aria mistica ma sembrava piuttosto un bimbo che cercava di ricordarsi le tabelline. Faceva lunghe pause, talmente lunghe che a volte perfino la  vecchia Mirella alzava gli occhi dal rosario per vedere se era ancora lì. Tirando le somme il suo prete era un brav’uomo che guidava la sua comunità in modo corretto. 
L’incidente lo aveva scosso e aveva avuto un forte mal di testa per qualche giorno ma non voleva parlarne. 
- Don Aldo, si raccontano storie strane in paese - lo aveva incalzato una mattina presto in sacrestia.
- Lascia che raccontino- aveva risposto seccato.
- Forse, se lei dicesse come sono andate le cose, veramente, la gente smetterebbe di ricamarci sopra. 
- E come sono andate le cose, veramente? La guardò dritto negli occhi, a lungo, come mai aveva fatto.
- Non ho niente da dire, sono caduto e ho battuto la testa, cosa c’è da ricamare?
La perpetua ebbe la netta sensazione che quel giorno fosse stato proprio l’inizio dei guai che vennero in seguito.

La domenica successiva una giovane donna, non del paese, si sedette in fondo alla chiesa. Era pallidissima e il velo nero sui capelli raccolti sottolineava i tratti fini del volto. Finita la messa attese da sola don Aldo fuori dalla sacrestia tenendo tra le mani, con infinita cura, un tessuto ripiegato. Quando il prete uscì dalla piccola porticina verde e vide la donna che non conosceva, capì  subito che era lì per chiedere aiuto. Molte volte venivano da altre parrocchie per chiedere piccoli favori, lontano da occhi e orecchie indiscrete. A volte erano lettere da scrivere, altre erano piccoli aiuti economici, oppure erano liti da raccontare per avere un parere autorevole. Sorrise alla ragazza che si avvicinò a testa bassa. Quando fu vicina si inginocchio in fretta, raccolse il bordo della tunica e se la avvicinò  alle labbra  con tale fervore che don Aldo ne rimase meravigliato. Non era certo abituato a queste cose.
- Su, su non sono mica una reliquia! Cosa posso fare per te?
La ragazza invece di parlare allungò la stoffa ripiegata verso il parroco. 
- Beneditela Padre, è  la vestina di mio figlio, è malato e forse voi potete fare qualcosa, altrimenti sarà  già benedetta per il funerale.
Don Aldo non capiva, tutta questa strada per qualcosa che poteva tranquillamente fare il parroco del loro villaggio.
- Prese la vestina delicatamente  con la sinistra e con la mano destra fece sulla stoffa il segno della croce sussurrando le parole…in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
- Grazie Padre. Sussurrò la ragazza. 
Riprendendo la camicina  dalle mani del prete le trattenne nelle sue e le baciò entrambe. Strinse la vestina al seno e si avviò in fretta lungo la strada che attraversava il paese. Aveva una buona ora di cammino davanti nonostante le gambe giovani. 
Don Aldo restò sul sagrato a ripensare a quella strana visita. 
Poi l’odore del pranzo della domenica lo riportò alla realtà e si avviò veloce verso casa.


Due settimane dopo tutte le file di sedie in chiesa erano occupate e anche  il coro dietro l’altare rumoreggiava maggiormente. I due chierichetti erano particolarmente agitati e strattonavano i paramenti. Come sempre fu sufficiente alzare leggermente la voce per rimetterli al loro posto.
- Oh, ragazzi che c’è stamane? Mi sembrate un po’ troppo agitati! È tutto pronto?
- Sì don Aldo…libri, campanella, calice e ciotola. Rispose svelto il più grande.
- Ci sono tanti uomini nel coro, come se fosse festa grande, eh don Aldo? Chiese cantilenando il piccolino.
- Farà troppo freddo fuori sul sagrato… rispose il don sorridendo.
- No, la mamma ha detto che se la Madonna è venuta a trovarvi vuol dire o che siete proprio un gran peccatore o che siete un santo e che quindi è meglio venire ad ascoltarvi e ha detto al papà che era meglio che entrasse anche lui invece di parlare delle vigne fuori con gli altri. Che qualcosa di buono lo poteva, forse, imparare. Ma voi siete un santo, don Aldo?
- No Sandrino, non sono un santo. Dai sistematevi che iniziamo!

L’omelia fu più faticosa del solito. Le parole sfuggivano e non riusciva a trovare gli esempi giusti. Aprì gli occhi e abbassò lo sguardo verso le parrocchiane. Aspettavano.
Lo guardavano incuriosite e si aspettavano da lui chissà quale parola salvifica.
Cosa stava succedendo alla sua parrocchia sonnacchiosa?
Vicino all’altare di S.Michele, seduta in seconda fila, c’era la giovane donna della benedizione, gli sorrideva e stringeva tra le braccia forti un fagotto da cui spuntava una piccola testina. 

Finita la messa, fuori dalla porticina verde c’era un piccolo gruppo di donne e un omone con un cappello in mano. Ebbe la tentazione di rientrare in fretta in chiesa e di nascondersi dietro il coro ma lo avevano ben visto e i loro occhi erano carichi di una strana espressione, un misto di attesa, paura, rispetto. 
Avevano problemi diversi ma tutti legati alla salute, loro o di qualcuno restato a casa sdraiato in un letto. Tutti avevano portato un indumento o un oggetto. L’omone chiese di benedire una tazza.

Quel pomeriggio don Aldo non passò dal bar e decise invece di ritornare alla piccola edicola dove aveva avuto “l’incidente” e  da dove non era più passato. Camminò piano come se cercasse di rimandare l’incontro. Nello spiazzo erboso, l’edicola si ergeva piccola e dignitosa. Unica novità, rispetto al solito, una colorata raccolta di mazzolini, composti di fiori tardivi e foglie di castagno, allegramente accatastata  sul ripiano dell’edicola a nascondere, quasi,  la figura della Vergine. Si avvicinò e appoggiò la mano al tetto del tabernacolo. Freddo. Cosa si aspettava?
 Non si ricordava niente di quel giorno, era stato Fosco a raccontargli di averlo visto passare sul sentiero, di aver sentito un grido e le frasi strane che aveva detto risvegliandosi. Lui non si ricordava nemmeno perché era andato da quelle parti. Non aveva parrocchiani da andare a trovare quel giorno, non aveva niente da fare in quella parte del paese mentre aveva invece disertato stranamente un appuntamento con le parrocchiane per il piccolo coro. 
Lui non ricordava niente.
Si accovacciò davanti all’immagine e spostò delicatamente i fiori per guardare in volto la Madonna. 
Il pittore aveva dipinto frettolosamente il vestito e il velo che ricadeva in grosse pieghe pesanti e irreali. Anche il bimbo che teneva in braccio non era stato ben dipinto e il piccolo volto paffuto era leggermente asimmetrico, sgraziato. Entrambi guardavano intensamente dritto davanti ed entrambi non sorridevano. Il viso della Vergine era invece straordinariamente proporzionato e delicato. Gli occhi erano intensi e cercavano un dialogo con gli occhi di chi guardava. Forse erano stati due artisti a dipingere, un maestro e un allievo, forse. Don Aldo sorrise. Non si era mai soffermato molto davanti al tabernacolo. Era fuori dai soliti percorsi, non faceva parte di nessuna processione e nemmeno nel mese di maggio era un punto di preghiera.
Si lasciò catturare dagli occhi della Vergine e si mise a pregare.

Faceva quasi buio quando don Aldo, infreddolito, spinse la porta di casa. Era affamato e stanco. Si tolse il mantello e lo appoggiò sulla sedia, unico arredo della stretta entrata. La perpetua gli aveva lasciato la cena sul tavolo della cucina e il camino era acceso. Chiuse la porta per scaldarsi, aveva mani e piedi gelati. Si sedette e si fece il segno della croce prima di toccare il pane. Nella stanza c’era odore di fumo e di minestrone.
Si versò un bicchiere di vino. Era un vino scuro, acido e che gli faceva venire un noioso bruciore allo stomaco ma lo confortava e gli riempiva la bocca e il cuore. 
Dopo tre cucchiai di minestra e due bicchieri di vino, quando un certo benessere incominciava ad infiltrarsi nelle ossa, fu spaventato da colpi fortissimi dati alla sua porta.
- Don Aldo! Don Aldo!
La porta della cucina si spalancò e Fosco entrò stravolto.
- Don Aldo…Renata!

La bambina era sdraiata sul tavolo della cucina e il colore del viso non lasciava ben sperare. I capelli, in parte bagnati di acqua e sangue, erano incollati al viso e i piedini sporchi erano abbandonati come se dormisse. 
Correndo verso la casa il padre aveva raccontato della caduta della figlia dal muretto del fondo. Giocava, don Aldo, giocava con quello stupido gatto.
- Hai chiamato il medico? 
È andato il  mio Livio ma ci vorranno almeno due ore, sempre che lo trovi. C’è bisogno di lei, don.
Mentre saliva verso la parte alta del paese si rese conto di non avere con se i paramenti sacri. Adesso, vicino alla bimba, si sentiva inadeguato e impotente. Tutti gli occhi erano puntati su di lui tranne quelli della madre che si copriva il volto con il grembiule e le mani come per nascondere quello che stava succedendo.
Si avvicinò alla bimba, prese tra le mani i suoi piedini. Freddi. Si mise a massaggiarli per scaldarglieli. 
Portate una coperta! Disse guardando la bambina. Non sopportava più tutto questo freddo. Una delle sorelle portò correndo una coperta enorme e la diede al prete. Nessuno toccava la bimba come se già fosse morta. Decise di avvolgerla e per farlo le sollevo il busto circondandola con le braccia. Aveva un taglio dietro l’orecchio ma il sangue aveva già smesso di uscire e si era formato un grosso grumo scuro. Decise di prenderla in braccio per meglio avvolgerla e appoggiò con delicatezza la testa bagnata sulla spalla. Adesso era completamente avvolta nella pesantissima coperta tessuta certamente da qualche nonna o zia. La coperta toccava il pavimento e don Aldo restò in piedi con il peso della bimba sul suo avambraccio sinistro. Con la mano destra segnò la fronte con un piccolo segno della croce…
in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Quando arrivò il medico condotto, con la sua borsa pesante, la bambina era già in braccio a sua madre e si guardava intorno spaventata ma sveglia.

Nella casa di Fosco ci fu una settimana di follia, lui, dopo una iniziale resistenza abdicò completamente e cercò di stare in casa il meno possibile. Purtroppo la campagna richiedeva poche attenzioni in questo periodo dell’anno ma c’erano mille e mille altre cose da fare, per fortuna. Non poteva  più sopportarle tutte queste donne che si fermavano ed entravano in casa per farsi raccontare ancora e ancora tutto quello che era successo ed era stato detto e fatto nella sua cucina. Anche sua moglie, che normalmente era una donna concreta e di poche parole, si era lasciata coinvolgere in questa pazzia collettiva e parlava, parlava, aggiungeva, aggiungeva.
Una sera, sdraiati nel grande letto con il materasso scricchiolante di foglie di mais, Fosco cercò di riportare le cose alla giusta dimensione. 
- Mi pare che stiate esagerando. Disse piano nel buio.
La moglie non rispose. Ne percepiva la tensione dalla mancanza di movimenti.
- Tenete calme tutte queste donne. Non è successo niente di straordinario,  lo ha detto anche don Aldo.
- È stato un miracolo. Rispose lei secca.
- È stata fortuna, una grande fortuna.
- Allora don Aldo incontra tante persone fortunate in questo periodo. 
Sua moglie fece uno strano suono con le labbra, come un sbuffo, per sottolineare quanto trovava assurde le parole del marito. Si girò sul fianco in modo brusco. La conversazione era terminata.
Fosco fece sogni strani quella notte. Era vicino all’edicola della Madonnina ma l’immagine era scomparsa. Nevicava in grandi fiocchi che danzavano nel vento prima di posarsi leggeri. Faceva freddo, molto freddo. Poi era comparsa Renata, sorridente che lo salutava con la manina, scalza nella neve e con i capelli bagnati. Alla base dell’edicola, adesso, c’era una grande macchia di sangue che si allargava piano nella neve. Fosco sapeva che doveva fare qualcosa ma non riusciva a muoversi. Poi era arrivato Livio, il figlio maggiore, serio come sempre, con il gattino di Renata, lo teneva per la coda, spenzolante, morto.


Fu convocato dal Vescovo. Erano passati due anni dall’ultima chiamata e non era certo stato un incontro piacevole. Mentre si vestiva quella mattina, in un freddo pungente, era inquieto e da un paio di giorni il suo stomaco  si faceva sentire con un gran bruciore che saliva fino al petto. Aveva detto la messa della mattina nella piccola cappella, come sempre, ma le donne erano numerose e si erano strette e sistemate anche lungo i bordi. Rimpiangeva le messe praticamente deserte di un tempo. Un tempo. Erano passati solo quattro mesi da quello strano giorno ma era come fosse passata un’eternità. Tante cose erano cambiate. La gente lo trattava in modo diverso, gli parlava in modo diverso e le sue giornate erano piene di persone da incontrare, consigli da dare. La Perpetua cercava di fare da filtro e scoraggiava quelli che arrivavano per semplice curiosità o piccoli problemi che assomigliavano a scuse.
 Dopo due ore di viaggio, di cui la metà a piedi, arrivò dal Vescovo all’ora di pranzo. 
La sede vescovile era una grande casa signorile che si ergeva, centrale, nella piazza della cittadina. Due imponenti telamoni sorreggevano con  grande fatica l’architrave dell’entrata principale e il loro sguardo era truce. Non erano mai piaciuti a don Aldo quei due guardiani seminudi eppure ogni volta li osservava affascinato e ogni volta ne scopriva un dettaglio  nuovo. Il giovane prete che lo accolse ai piedi dello scalone era nuovo, magro magro e leggermente ricurvo, aveva l’aria di chi ha studiato tanto. Sorrideva timido ma la stretta di mano era decisa e sicura.
- Benarrivato don Aldo. Sua Eccellenza la sta aspettando.
Salirono silenziosi i gradini di pietra. Il Vescovo era seduto dietro la grande scrivania e stava leggendo con una lente di ingrandimento qualche documento. Alzò la testa sentendo il rumore dei passi. 
Riprovazione. Ecco quello che lesse negli occhi del Vescovo quando si appoggiarono ai suoi.
Senza parlare il Vescovo allungò la mano per permettergli di fare il gesto dovuto e sempre senza parlare gli fece segno di sedersi.
- Non posso lasciare andare questa storia, don Liberti. Cosa mi combina, ancora?

Don Aldo parlò pochissimo e le poche parole furono quasi tutte dedicate al racconto di quella strana sera in cui era svenuto vicino al tabernacolo della Vergine.
 Parlò dell’amnesia della giornata e delle strane parole che aveva detto quando si era ripreso. Aveva cercato di spiegare a sua Eccellenza che tutto era nato dalle chiacchiere delle parrocchiane. Alla parola “parrocchiane” c’era stato un leggero movimento di sopracciglia da parte del Vescovo che aveva una buona memoria e che non aveva nemmeno quella volta apprezzato le scuse del suo parroco. 
- Lei ha la straordinaria capacità di cacciarsi nei guai, don Liberti e di crearmi guai, pure. Ma questa volta le voci sono arrivate ancora più in alto. Lei sa quali sono le nostre linee guida per quanto riguarda questi delicatissimi argomenti, vero? Prudenza, rigore, preghiera ma soprattutto prudenza. Deve tenere calmi i suoi parrocchiani e deve essere più rigoroso, caro don Liberti.”
Le linee guida furono molto lunghe e anche i consigli e le raccomandazioni. 

Era proprio stanco mentre risaliva verso il paese, si sentiva svuotato di ogni energia e a differenza della precedente romanzina, questa sentiva di non meritarsela.  Gli ultimi mesi erano stati forse i mesi più intensi della sua vita di religioso, aveva avuto la sensazione di dare qualcosa, di essere un vero pastore per il suo piccolo gregge e per la prima volta si sentiva all’altezza del suo incarico. 
Pregava con maggiore energia e convinzione e meditava molto di più durante la giornata. L’inquietudine che lo attanagliava normalmente lo aveva quasi del tutto abbandonato e la sera si addormentava sereno. Dove aveva sbagliato? 
Si alzò di cattivissimo umore la mattina seguente, iniziò con un piccolo battibecco con la perpetua, fece una brusca omelia alle mattiniere parrocchiane e si defilò dalle richieste di consigli che riempivano ormai le sue mattinate. Si diresse verso il tabernacolo, aveva bisogno di riflettere.
Scendevano rari fiocchi asciutti di neve e il cielo era grigio blu, si era avvolto nel mantello pesante e si era messo un cappello di lana nero. Scelse un sentiero che tagliava fuori il paese per incontrare meno parrocchiani possibile e ai pochi che incrociò fece veloci cenni di capo senza raccogliere i loro inviti a scambiare due chiacchiere. Quando raggiunse l’edicola la neve incominciava a coprire con un leggero strato bianco il tettuccio della piccola costruzione, avvicinandosi fu avvolto da un profumo intenso di fiori. Abbassò lo sguardo sui vecchi mazzolini portati negli ultimi giorni e che ormai giacevano secchi e sicuramente non profumati, semi nascosti dalla neve. Eppure il profumo era fresco e dolciastro come quello dei mazzi estivi della sua perpetua. Più si avvicinava e più il profumo lo invadeva diventando quasi nauseante. Ebbe un giramento di testa e si dovette appoggiare completamente all’edicola. Forse era questo che era successo quel giorno - pensò.
Cosa vuoi? La sua voce risuonava strana nella neve. Compatta e cupa.
A chi parlava? Si chiese.
Si sedette piano per terra con la schiena appoggiata al tabernacolo, le spalle alla Vergine.
Vuoi punirmi? Ho peccato, lo sai e ho chiesto perdono troppe volte, sai anche questo.
I fiocchi di neve si posavano sul mantello nero come magici decori, in un attimo sparivano lasciando un piccolissimo alone. Non nevicava spesso da quelle parti ma quando accadeva lo spettacolo degli ulivi imbiancati aveva il potere di renderlo allegro e spensierato come un bambino. Ma non oggi.
Aveva voglia di piangere invece.
Non piangeva da tanti anni, da quando era uscito dal seminario, forse. Non aveva pianto nemmeno per lei, nemmeno davanti al suo corpo composto e severo adagiato sul letto. Era arrivato tardi e lei se ne stava lì, imbronciata, con un rosario tra le mani magre e il velo intorno al volto, come fosse in chiesa. Certo, le lacrime erano salite come un ruscello verso gli occhi pronte ad uscire ma quando l’aveva toccata tutto si era fermato, bloccato, indurito, come era lei. Le immagini di lei sulla porta di casa che si asciugava le mani nel grembiule stropicciato con i suoi occhi neri senza calore che lo guardavano partire verso il seminario, lei che scrutava le sue lacrime di bambino senza commozione, quasi con fastidio, lei che aveva un brutto odore e che non lo aveva nemmeno baciato quel giorno, quasi non fosse più suo figlio ma un estraneo da tenere sulla porta. Queste immagini gli giravano in testa e come aveva voluto lei non era più il figlio accanto al letto ma il prete che recitava le preghiere dovute per una vecchia, per i suoi figli, per i suoi nipoti.
Nessuna lacrima e tante parole di speranza e conforto, per gli altri.
Non sentiva più le gambe, il freddo si stava infilando sotto i vestiti. Doveva alzarsi ma le gambe erano molli come anche le braccia ed era così stanco. Si mise lentamente a carponi e poi in ginocchio.
Occhi negli occhi.
Eccoti qui. Parliamo un po’ tu ed io.
Sono un misero prete con pochissimi meriti e molti peccati. Ma tu puoi aiutarmi. Cosa devo fare?
Gli occhi della Vergine erano due pozzi scuri dove gettarsi in caduta libera ed essere salvato. Erano tutti gli occhi delle donne che aveva usato e in cui aveva cercato di perdersi. I volti di quelle donne ora si confondevano, si deformavano fino a diventare il volto del piccolo dipinto. Tutti i momenti in cui aveva peccato si mescolavano in un solo momento di perdizione ed era come un vortice che lo stava trascinando in un pozzo.
Lasciati andare, lasciati cadere, solo perdendoti completamente ti salverai.

Ci mise moltissimo a tornare in canonica, faceva fatica a muovere le gambe che erano diventate pesanti. Mentre passava sotto la casa di Fosco sentì la vocina acuta e squillante di Renata che lo salutava e alzando gli occhi la vide in piedi sul muro dell’orto che faceva ciao con la manina, rispose facendo ciao con la mano ma la voce non voleva uscire. Si sarebbe messo subito a letto, pensò, aveva preso freddo in mezzo alla neve. Faceva quasi buio ormai, vicino alla piazza incrociò la Mirella che risaliva verso casa recitando il rosario e le sussurrò un buonasera ma la donna non girò il capo come  se non si fosse nemmeno accorta della sua presenza. In mezzo alla piazza si fermò a guardare il cielo che adesso era terso e di un colore viola intenso. Era un mantello di velluto che si stava srotolando sopra il paese come per proteggerlo, il mantello della Vergine, che strana immagine gli era venuta in mente, pensò che forse aveva una leggera febbre, doveva mettersi a letto. Si accorse in quel momento che la porta della piccola cappella, quella delle messe mattutine, era aperta. Forse la perpetua faceva pulizie serali. Entrò piano senza far cigolare la porta. Tutto era a posto nella piccola chiesetta ad una navata, le pareti laterali erano semplicemente pitturate di bianco e gli unici arredi erano delle sedie impagliate, un piccolo altare di marmo e un crocifisso. A metà navata c’era una donna seduta, schiena dritta e occhi verso il Cristo, la chiesa era praticamente immersa nel buio. Don Aldo percorse la navata e si fermò a fianco della donna, le guance  erano rigate di lacrime, le mani si strofinavano nervosamente in grembo. C’era un alone di sofferenza intorno a quella donna, la osservò meglio e solo in quel momento si rese conto di conoscerla, era la nipote della sua perpetua, quella che non riusciva ad avere figli. Don Aldo si sentiva stanchissimo, voleva tornare a casa ma doveva fare qualcosa, dirle due parole. Si sedette nella fila davanti a lei e percepì subito uno strano calore che  veniva dalla donna, un calore piacevole come se si fosse seduto vicino alla stufa della cucina. Che strana sensazione, pensò. Era una strana serata quella. La ragazza adesso teneva il viso basso e si asciugava le lacrime con il dorso della mano. Don Aldo allungò il braccio e le accarezzò la guancia vellutata e umida. 
Andrà tutto bene - le sussurrò con una voce ormai roca e faticosa- il bimbo arriva presto, ne sono sicuro.  Lei sorrise guardandosi le mani. Anche don Aldo sorrise.
 Mentre usciva dalla chiesetta ormai buia ebbe la sensazione di non essere sola, aveva il cuore leggero e la preghiera l’aveva proprio aiutata.

Quando Fosco salì il sentiero con la fascina di legna sulla spalla, la neve aveva smesso di cadere e la luce intensa del pomeriggio giocava con il bianco e il verde della campagna.
Pensò ad un cane accucciato vicino al tabernacolo e sorrise pensando che perfino gli animali si erano lasciati prendere da quella follia mistica che aveva invaso le donne del paese.
Poi vide che era del tessuto, poi vide che era un uomo e infine si accorse che era don Aldo.









venerdì 7 agosto 2015

Inserto estivo

Estate, vacanze, tempo libero, voglia di leggere...
Una volta quando si comperavano i giornali, quelli con l'odore di inchiostro, spesso d'estate ci si trovava in mezzo l'inserto culturale. Un paio d'ore di lettura di facile manipolazione. Finita la giornata l'inserto era ridotto ad un insieme di pieghe, olio solare, sabbia e parole già dimenticate ma nel tempo di mezzo, quello tra l'odore di stampa fresca e il cestino della spiaggia, restava il piacere di aver vissuto qualche avventura o aver conosciuto nuovi personaggi o aver viaggiato in luoghi lontani.
Ora, dimenticando l'odore di inchiostro che tanto lo so che leggete tutti i tablet,  l'inserto lo offro io e visto che il mio concorsino è ufficialmente chiuso,  invece che metterlo nel cassetto il mio racconto lo sottopongo al giudizio dei miei  affezionati lettori ( 'chè se passate di qui in Agosto affezionati lo siete di sicuro!)
Lo posterò in due puntate per tenere viva la vostra attenzione, spero e per darvi il tempo di affezionarvi al mio personaggio. Un personaggio a metà tra realtà e finzione, nato come esercizio di un piccolo corso di scrittura fai da te, che ha ormai uno spazio nel mio cuore.
Leggendo qualcuno potrà riconoscere i luoghi dove la storia si svolge e potrà anche riconoscere certi personaggi, io ho passato ore deliziose a farli muovere nella mia fantasia e ad immaginarli reali e vivi.
Buona lettura.


                                                     Gli occhi nella neve


Fosco non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio di una catastrofe ma di sicuro sapeva che quando il prete saliva la strada con un passo veloce e tenendosi la tunica con tutte e due le mani c'era nella aria qualcosa.
- Buongiorno Don! - Gridò forte Fosco contro il vento che saliva dalla valle.
Il prete bofonchiò qualcosa e fece un cenno di saluto con la mano, senza quasi girare la testa. Continuò la strada a passo svelto con le spalle piegate da chissà quali pensieri. La strada dopo pochi metri si restringeva e diventava un sentiero che seguiva il saliscendi dei poggi.
Chissà dove stava andando don Aldo, si chiese Fosco, il sentiero portava in direzione della casa del pecoraio e poi si inerpicava verso l'ultimo paese della vallata ma ci voleva almeno un ora di buon cammino e poi a Figliano c'era già  don Giustino che diceva messa, tra un bicchiere e l'altro.
Fosco sorrise pensando a don Aldo.
Un brav'uomo, don Aldo, se non fosse stato per il vizio di saltare giù dalle finestre.
L'ultima volta, saltando, si era rotto un piede e le stampelle, con il loro cupo doppio tonfo sul selciato, avevano sottolineato per un paio di mesi la sua colpa, ad ogni passo trascinato. Era stato anche convocato dal Vescovo in città ed era tornato sobrio e serio. Le omelie della settimana seguente si erano stranamente popolate di angeli giustizieri, di fiamme calde dell'inferno e le anziane del paese avevano stretto il rosario tra le mani con più determinazione che durante il maggio.
Quel Berto lo aveva  capito subito che il don era saltato giù dalla sua camera da letto in quella primaverile  mattinata, la stessa  in cui  lui avrebbe dovuto essere a  Cadenzano, per delle carte, ma poi si era invece fermato troppo dal Gigante, a parlare di  quel terreno che voleva vendere e aveva deciso di rientrare a casa a mangiare un boccone, prima di andare nei campi. 
Gli era bastato guardare le guance arrossate di sua moglie agitata e  che parlava troppo forte in mezzo al gruppetto  delle donne. Tutte cercavano di aiutare il don che si contorceva per terra, sotto casa, sotto la finestra,  tutte tranne lei.
 E i due avevano certo sentito che  lui stava arrivando,  'chè in paese tutti si salutavano a voce alta e ogni volta che si incontravano, fosse stata anche la ventesima volta e ti chiedevano tutti dove andavi e cosa stavi facendo, tutte le volte, sempre.
E  così, mentre il Berto girava l'angolo della canonica per spuntare nello stradino di casa, la Maria  lo aveva visto e tutta allegra gli aveva buttato lì un bel:
- Oh Berto, dove vai? Visto che bel sole oggi?
Poi il tonfo, il grido soffocato e le grida delle donne alla fontana.
Tutto il resto era diventata storia da bar.
Fosco sorrise.
Il pennato tagliava metodico e il suono era quello giusto dato dalla filatura perfetta della lama. Ogni movimento preciso del polso corrispondeva ad una larga mezzaluna di erba che si reclinava sul terreno. Mezza luna dopo mezza luna Fosco andava veloce e preciso. Stava ancora sorridendo quando gli parve di udire un grido. Acuto, brevissimo.
Veniva dal paese. No. Lo aveva portato il vento, veniva dal sentiero. Forse qualcuno aveva fatto un grido per chiamare. No era troppo corto e spaventato. E se fosse stato don Aldo che era caduto, questa volta non da una finestra? Valeva la pena dare un'occhiata, pensò Fosco. Buttò il pennato sul mucchio di fieno e si avviò lentamente.
Le nuvole cariche di pioggia salivano in fretta dalla valle e lui pensò che se il don era caduto, magari per la caviglia ancora debole, si sarebbe preso un bello sguazzo a stare sul sentiero. Girò l'angolo della collina e si infilo nel sentiero sassoso incorniciato di cespugli di sorbo. Oltre i cespugli c'erano i terreni coltivati ma erano tutti deserti, vista l'ora.
Il sentiero era silenzioso fino alla curva e Fosco decise di arrivare fin là prima di chiamare.
C'era profumo di legna bruciata nell'aria e di funghi.
- Don Aldo?!
 Lo gridò senza convinzione. Era sicuro di aver male interpretato quel suono che già aveva perduto potenza nella sua mente. Forse qualche ragazzo in paese che faceva lo stupido, nient'altro. Una perdita di tempo.
- Oh, don Aldo! 
Stiracchiò ancora più la o per allungare la portata del richiamo.
Fatta la curva, il sentiero si apriva in un leggero slargo erboso dove, qualche decennio prima, mani e muscoli pietosi avevano costruito una piccola edicola dedicata alla Madonna. Appoggiato all'edicola, seduto a gambe larghe e con la testa ciondolante, stava don Aldo.
Fosco incominciò a correre, come corrono i contadini, con falcate lunghe ma poco veloci, mettendo i piedi nei posti giusti senza guardare. Mentre si piegava sul prete si accorse di uno strano odore di fiori, intenso e dolciastro e pensò che quello era l'odore del sangue dei religiosi.
Don Aldo, che vi è successo? Forza, svegliatevi!
Il prete pareva svenuto, era pallido e leggermente sudato. Fosco si tolse la fedele coppola che lo accompagnava ovunque e con quella in una mano si mise a fare aria al don mentre con l'altra gli dava ruvidi colpetti su una guancia.
Mi ha parlato...biascicò don Aldo, ancora con gli occhi chiusi.
Via! Apra gli occhi! La voce di Fosco tremava leggermente.
La Madonna...mi ha parlato. Adesso la voce era più chiara. Il don aprì gli occhi all'improvviso  e guardò Fosco con un'espressione allibita e quasi accusatoria.
L'hai fatta scappare tu!
Ma chi?
La Madonna, Fosco! Era qui e mi ha parlato.
Va bene, adesso alzatevi, forza.
Aiutato dalle forti braccia di Fosco, il prete si alzò e istintivamente si portò la mano alla testa, si guardò le dita, erano sporche di sangue.

La storia di don Aldo e della Madonna sarebbe rimasta semplice e banale se fosse rimasta confinata nella buia osteria del paese. Tra qualche bicchiere di vino e carte scurite di terra e di mosto la storia del prete prese la via della burla e si spense in pochi giorni perché priva di particolari intriganti. La stessa storia prese  invece altri colori e un’altra proporzione nella stalla dove si riunivano le vicine di casa di Fosco. Ogni volta la narratrice aggiungeva alla storia dei particolari che riteneva importanti e certissimi e il dialogo tra i due uomini si dilatava. La visione della Vergine  si arricchiva di effetti speciali come nuvole, cerchi di luce e squilli di trombe. 
Le frequentatrici assidue della messa mattutina prestarono maggiore attenzione alle parole del parroco dopo “l’incidente”.
Fu così che egli stesso definì quello che era successo, “l’incidente”,  per sfuggire alle domande insistenti della perpetua e delle parrocchiane. 
La perpetua, era una donna alta e mascolina che non si era mai sposata e che aveva trascorso la sua vita a lucidare gli ottoni della chiesa, inamidare i centrini degli altari e vestire i santi per le processioni. Parlava poco e pareva sempre arrabbiata, attributo utilissimo per scacciare i mocciosi dal cortile della parrocchia armata di scopa e di grandi mani. Lei don Aldo lo conosceva bene. Conosceva i suoi calzini buttati sotto il letto, le sue sottane sporche di fango e il suo debole per le gonne. 
Sapeva dei suoi salti dalle finestre e dei bicchierini all’osteria ma conosceva anche la sua disponibilità, il suo intuito per le situazioni difficili in seno alle famiglie e l’abilità di aiutare senza mai essere invadente. Lui sapeva parlare con tutti senza barriere e si faceva voler bene.  Le sue omelie non erano dei capolavori di arte oratoria e cercando l’ispirazione le faceva praticamente tutte alla cieca. Chiudeva gli occhi, infatti e alzava il viso verso l’alto leggermente girato a sinistra verso l’altare di S. Michele e parlava così con gli occhi chiusi. Non aveva l’aria mistica ma sembrava piuttosto un bimbo che cercava di ricordarsi le tabelline. Faceva lunghe pause, talmente lunghe che a volte perfino la  vecchia Mirella alzava gli occhi dal rosario per vedere se era ancora lì. Tirando le somme il suo prete era un brav’uomo che guidava la sua comunità in modo corretto. 
L’incidente lo aveva scosso e aveva avuto un forte mal di testa per qualche giorno ma non voleva parlarne. 
- Don Aldo, si raccontano storie strane in paese - lo aveva incalzato una mattina presto in sacrestia.
- Lascia che raccontino- aveva risposto seccato.
- Forse se lei dicesse come sono andate le cose, veramente, la gente smetterebbe di ricamarci sopra. 
- E come sono andate le cose, veramente? La guardò dritto negli occhi, a lungo, come mai aveva fatto.
- Non ho niente da dire, sono caduto e ho battuto la testa, cosa c’è da ricamare?
La perpetua ebbe la netta sensazione che quel giorno fosse stato proprio l’inizio dei guai che vennero in seguito.

La domenica successiva una giovane donna, non del paese, si sedette in fondo alla chiesa. Era pallidissima e il velo nero sui capelli raccolti sottolineava i tratti fini del volto. Finita la messa attese da sola don Aldo fuori dalla sacrestia tenendo tra le mani, con infinita cura, un tessuto ripiegato. Quando il prete uscì dalla piccola porticina verde e vide la donna che non conosceva, capì  subito che era lì per chiedere aiuto. Molte volte venivano da altre parrocchie per chiedere piccoli favori, lontano da occhi e orecchie indiscrete. A volte erano lettere da scrivere, altre volte erano piccoli aiuti economici, oppure erano liti da raccontare per avere un parere autorevole. Sorrise alla ragazza che si avvicinò a testa bassa. Quando fu vicina si inginocchio in fretta, raccolse il bordo della tunica e se la avvicinò  alle labbra  con tale fervore che don Aldo ne rimase meravigliato. Non era certo abituato a queste cose.
- Su, su non sono mica una reliquia! Cosa posso fare per te?
La ragazza invece di parlare allungò la stoffa ripiegata verso il parroco. 
- Beneditela Padre, è  la vestina di mio figlio, è malato e forse voi potete fare qualcosa, altrimenti sarà  già benedetta per il funerale.
Don Aldo non capiva, tutta questa strada per qualcosa che poteva tranquillamente fare il parroco del loro villaggio.
- Prese la vestina delicatamente  con la sinistra e con la mano destra fece sulla stoffa il segno della croce sussurrando le parole…in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
- Grazie Padre. Sussurrò la ragazza. 
Riprendendo la veste  dalle mani del prete le trattenne nelle sue e le baciò entrambe. Strinse la vestina al seno e si avviò in fretta lungo la strada che attraversava il paese. Aveva una buona ora di cammino davanti nonostante le gambe giovani. 
Don Aldo restò sul sagrato a ripensare a quella strana visita. 
Poi l’odore del pranzo della domenica lo riportò alla realtà e si avviò veloce verso casa.


Due settimane dopo tutte le file di sedie in chiesa erano occupate e anche  il coro dietro l’altare rumoreggiava maggiormente. I due chierichetti erano particolarmente agitati e strattonavano i paramenti. Come sempre fu sufficiente alzare leggermente la voce per rimetterli al loro posto.
- Oh, ragazzi che c’è stamane? Mi sembrate un po’ troppo agitati! È tutto pronto?
- Sì don Aldo…libri, campanella, calice e ciotola. Rispose svelto il più grande.
- Ci sono tanti uomini nel coro, come se fosse festa grande, eh don Aldo? Chiese cantilenando il piccolino.
- Farà troppo freddo fuori sul sagrato… rispose il don sorridendo.
- No, la mamma ha detto che se la Madonna è venuta a trovarvi vuol dire o che siete proprio un gran peccatore o che siete un santo e che quindi è meglio venire ad ascoltarvi e ha detto al papà che era meglio che entrasse anche lui invece di parlare delle vigne fuori con gli altri. Che qualcosa di buono lo poteva, forse, imparare. Ma voi siete un santo, don Aldo?
- No Sandrino, non sono un santo. Dai sistematevi che iniziamo!

L’omelia fu più faticosa del solito. Le parole sfuggivano e non riusciva a trovare gli esempi giusti. Aprì gli occhi e abbasso lo sguardo verso le parrocchiane. Aspettavano.
Lo guardavano incuriosite e si aspettavano da lui chissà quale parola salvifica.
Cosa stava succedendo alla sua parrocchia sonnacchiosa?
Vicino all’altare di S.Michele, seduta in seconda fila, c’era la giovane donna della benedizione, gli sorrideva e stringeva tra le braccia forti un fagotto da cui spuntava una piccola testina. 

Finita la messa, fuori dalla porticina verde c’era un piccolo gruppo di donne e un omone con un cappello in mano. Ebbe la tentazione di rientrare in fretta in chiesa e di nascondersi dietro il coro ma lo avevano ben visto e i loro occhi erano carichi di una strana espressione, un misto di attesa, paura, rispetto. 
Avevano problemi diversi ma tutti legati alla salute loro o di qualcuno restato a casa sdraiato in un letto. Tutti avevano portato un indumento o un oggetto. L’omone chiese di benedire una tazza.

Quel pomeriggio don Aldo non passò dal bar e decise invece di ritornare alla piccola edicola dove aveva avuto “l’incidente” e  da dove non era più passato. Camminò piano come se cercasse di rimandare l’incontro. Nell’angusto spiazzo erboso, l’edicola si ergeva piccola e dignitosa. Unica novità, rispetto al solito, una colorata raccolta di mazzolini, composti di fiori tardivi e foglie di castagno, allegramente accatastata  sul ripiano dell’edicola a nascondere quasi  la figura della Vergine. Si avvicinò e appoggiò la mano al tetto del tabernacolo. Freddo. Cosa si aspettava?
 Non si ricordava niente di quel giorno, era stato Fosco a raccontargli di averlo visto passare sul sentiero, di aver sentito un grido e le frasi strane che aveva detto risvegliandosi. Lui non si ricordava nemmeno perché era andato da quelle parti. Non aveva parrocchiani da andare a trovare quel giorno, non aveva niente da fare in quella parte del paese mentre aveva invece disertato stranamente un appuntamento con le parrocchiane per il piccolo coro. 
Lui non ricordava niente.
Si accovacciò davanti all’immagine e spostò delicatamente i fiori per guardare in volto la Madonna. 
Il pittore aveva dipinto frettolosamente il vestito e il velo che ricadeva in grosse pieghe pesanti e irreali. Anche il bimbo che teneva in braccio non era stato ben dipinto e il piccolo volto paffuto era leggermente asimmetrico, sgraziato. Entrambi guardavano intensamente dritto davanti ed entrambi non sorridevano. Il viso della Vergine era invece straordinariamente proporzionato e delicato. Gli occhi erano intensi e cercavano un dialogo con gli occhi di chi guardava. Forse erano stati due artisti a dipingere, un maestro e un allievo, forse. Don Aldo sorrise. Non si era mai soffermato molto davanti al tabernacolo. Era fuori dai soliti percorsi, non faceva parte di nessuna processione e nemmeno nel mese di maggio era un punto di preghiera.
Si lasciò catturare dagli occhi della Vergine e si mise a pregare.

Faceva quasi buio quando don Aldo, infreddolito, spinse la porta di casa. Era affamato e stanco. Si tolse il mantello e lo appoggiò sulla sedia, unico arredo della stretta entrata. La perpetua gli aveva lasciato la cena sul tavolo della cucina e il camino era acceso. Chiuse la porta della piccola cucina per scaldarsi, aveva mani e piedi gelati. Si sedette e si fece il segno della croce prima di toccare il pane. Nella stanza c’era odore di fumo e di minestrone.
Si versò un bicchiere di vino. Era un vino scuro, acido e che gli faceva venire un noioso bruciore allo stomaco ma lo confortava e gli riempiva la bocca e il cuore. 
Dopo tre cucchiai di minestra e due bicchieri di vino, quando un certo benessere incominciava ad infiltrarsi nelle ossa fu spaventato da colpi fortissimi dati alla sua porta.
- Don Aldo! Don Aldo!
La porta della cucina si spalancò e Fosco entrò stravolto.
- Don Aldo…Renata!
...
Continua


mercoledì 29 luglio 2015

Una carriera stroncata sul nascere.

Allora, avevo preparato un raccontino, una robetta quasi scolastica, una provina per iniziare e per scaldarmi. Volevo partecipare ad un concorso letterario, un concorsino, di nicchia, per rompere il ghiaccio. In questo ultimo mese l'ho letto, riletto, ho tagliato ma soprattutto aggiunto, mi pareva troppo corto, troppo semplice, poco strutturato e avrei voluto aggiungere personaggi e avventure ma poi mi dicevo, non esagerare, va bene così, sarà un raccontino.
Ieri sera, con uno Scettico stanchissimo, affronto i miei problemi amministrativi di iscrizione: versamento, come, dove, quante copie, formato, che pure quello era un problema, scheda, motivazione.
Lo Scettico, con la palpebra in calo e in tutto relax, chiede:
- Quante battute?
- Max 8000.
- Le hai contate?
- A parte che non so come si fa ma sono ampiamente sotto, non è un problema...
Lo Scettico smanetta sul suo portatile mentre io, penna e calamaio, mi applico sulla motivazione che deve essere di tot righe per lato al quadrato, interlinea 1.
- Sei a più di 40000 battute, senza il titolo. Con l'introduzione e la fine sei a 8600? Invio?
Adesso, ditemi voi e se qualcuno avesse bloccato Louisa May Alcott per il numero di battute dei suoi primi racconti, io cosa leggevo da bimba?
Raccontino bocciato, concorso chiuso.
Passo direttamente alla categoria romanzo.


lunedì 27 luglio 2015

Che...

Detroit è colore.
 Colore che maschera il grigio, colore che copre crepe e spazi e buchi. Questo colore che, come cerone, trasforma un uomo in artista e un pagliaccio in un filosofo.
Detroit è odore di bruciato che poi diventa profumo di cibo che cuoce, sono voci che gridano e che si raccontano, trasformandosi in musica per non  gridare più forte e non mutarsi in protesta.
Detroit è una linea sottile tra il baratro e il cielo.
Detroit è un sorriso stanco che si mette il rossetto.

Questa città, che si sta tatuando per non dimenticare e per trasformarsi, mi incanta.


























lunedì 20 luglio 2015

"Perchè semplice è l'amore e le semplici cose se le divora il tempo!"

I piccoli regali della vita sono nascosi tra le cose semplici.
Sono quelle cose che compongono la nostra quotidianità e che se non siamo attenti rischiamo di sottovalutare e in un certo senso di perdere.
I colori delle cose che ci circondano, i verdi e gli azzurri ad esempio, che sono come un complesso vitaminico, i gialli e gli arancio che ti fanno caldo, i viola che ti danno un pizzico di malinconia.
 Il tuo cane che cammina piano piano con fatica ma che non rinuncia mai ad andare fino al torrente, i tuoi fiori che si rimpinzano di acqua e si aprono piano, gli scoiattoli, con le codine come antenne, che corrono lungo i bordi delle case, camminare con i piedi quasi scalzi e sentire la polvere tra le dita, guardare una vecchia signora suonare le maracas in un parco da sola e pensarla in una grande orchestra dove  probabilmente si sta immaginando anche lei e sorriderle ricevendo il più bel sorriso della giornata.
 Incontrare la buffa coppia di vecchi cinesi che camminano piano, lui davanti con un annaffiatoio e lei con un grande cappello legato stretto sotto il mento che lo segue con un sacchetto, che vorrei proprio sapere cosa contiene.
Alzare gli occhi e guardare un aereo altissimo e pensare che tra poco volerai dai ragazzi e sentire salire le lacrime di gioia.
I momenti preziosi della vita sono brevi respiri, sono brezze passeggere che ti accarezzano un istante e volano via.
Sono le lucciole ieri sera, l'odore delle candele, il grande carro che sembra riempire il cielo, è ritrovarsi negli occhi e nei sogni di ragazzi splendidi che ti regalano energia, è pedalare vicino allo Scettico e sentirne i pensieri, è addormentarsi e sognare di essere ad un ballo in maschera.
Tanti anni fa qualcuno mi disse che ero una semplice, per un attimo pensai che avrei dovuto offendermi, oggi, penso che è il più bel complimento che ho mai ricevuto.




giovedì 16 luglio 2015

Il mio Dr House italiano

Ho incontrato e conosciuto la malattia che ero molto piccola, non sulla mia pelle per fortuna ma vicina, così vicina da poterla toccare, annusare, illudermi che si lasciasse ammaestrare.
 Ho passato tante ore a fianco di persone malate e di sponda ho visto e parlato con tanti medici. Sono abituata a leggere tra le righe quando i medici parlano, contratto sulle quantità di medicine dispensate come se fossi nel suk di Aleppo, chiedo spiegazioni dettagliate e pongo quesiti biblici.
 Lo Scettico, nemmeno dirlo, è l'esatto contrario. Partendo dal principio che "se lo dice il medico" va tutto bene, non discute e ubbidisce alla lettera. Nei riguardi della categoria ha lo stesso modus operandi di un prete verso i tre consigli evangelici e non discute, mai.
Averlo come traduttore dal medico mi mette una certa ansia, le traduzioni dello Scettico delle mie lunghe e articolate domande sono stranamente corte e sintetiche, poste con un 'espressione dubbiosa e la traduzione delle risposte è ancora più standardizzata:
- Ha detto che devi fare così! Ha detto che devi prenderle 'ste medicine! Dai Mìgola, fidati!
Durante la nostra ultima gitarella al pronto soccorso per la vespa suscettibile ho avuto la netta sensazione che tutto stesse prendendo una piega esagerata riguardo il quantitativo di farmaci che mi venivano prescritti e somministrati per via forzosa. Alla voce" antibiotico in dosi da cavallo per una intera era geologica" ho timidamente chiesto, in autonomia, se era proprio indispensabile, vista anche la mia predisposizione allergica agli antibiotici. Gli occhi dello Scettico, alle spalle del Dr House, erano chiari come un pannello esplicativo per analfabeti funzionali: NON INCOMINCIARE!
Mi sono ripetuta come un mantra che probabilmente dovevo fidarmi, che se fanno tutti questi telefilm sugli ospedali americani ci sarà un perché, che in fondo la sanità americana è ancora l'ultima speranza di tanti casi disperati, che il corpo cambia, che devo essere più accondiscendente, che...
Finita la boccetta di antibiotico eccomi qui coperta dalla testa ai piedi e vorrei ripetere "dalla testa ai piedi" da una monumentale orticaria gigante. Sembra che mi sia venuto il morbillo, la varicella, la scarlattina, la rosolia, la quinta e la sesta malattia tutte insieme. Voilà.
Questa volta però, galeotto un viaggio di lavoro improrogabile, mi sgancio dallo Scettico e mi fiondo da un medico italianissimo, trovato grazie al giro di amici italianissimi.
Riporto qui una parte del dialogo:
- Ma che antibiotico le hanno dato?
Tiro fuori dalla borsetta la bottiglietta da  pozione da stregoni, 'chè qui un blister è ormai un vago ricordo, e gliela porgo.
- Ma lei non è allergica alla penicillina?
- Sì!
- Questo è un cuginetto buono della penicillina...
Penso con tenerezza allo Scettico e alle sue frettolose spiegazioni, con astio a tutti i Dr Shepherd che ci hanno rimbecillito nei confronti della categoria medica...
- Bene. E adesso?
- Adesso facciamo una puntura di, poi mi prende duecento milligrammi di...
- Parliamone...
Sono uscita con il minimo sindacale di medicinali, con tutte le spiegazioni possibili ed immaginabili e un medico di famiglia tutto nuovo di zecca.
Per farvi capire quanto sono bellina, oggi, il tecnico della caldaia non ha allungato la mano per il solito cordiale saluto e mi pare pure che tenesse una certa distanza di sicurezza...

sabato 11 luglio 2015

Buon compleanno, Cucciolo

Il mio amore per te ha il profumo della colazione fatta senza limiti,
chiesta, in un sussurro, la mattina prestissimo, storpiandone il nome.
Il mio amore per te ha il colore dei cartoni animati, guardati in tutte le lingue,
il mio amore per te ha il profumo del latte.
Appiccicoso come i biscotti dimenticati nella manina calda,
morbido e rosa come la tua pelle in quel lontano mese di luglio, è il mio amore.
Il mio amore per te ha il sorriso asimmetrico con cui mi saluti nelle foto di oggi e il sorriso spensierato in cui sei uno Zorro, ieri.
Un amore nato con un abbraccio viscido e umido in una stanza piena di sole e di gente,
un amore che si continua a nutrire di abbracci e non  ne è mai sazio.
Amore di braccia, di mani, occhi, capelli,
amore in una voce ascoltata con orecchie attente per cogliere sfumature.
Amore che vola sopra gli oceani con l'orologio sotto gli occhi
e conta le miglia alla rovescia e gli stati che scorrono sotto.
Il mio amore per te è una sedia dove sedersi per capire,
è scoprire che ci sono spigoli che non avevo ancora accarezzato
e resistere alla tentazione di spianarli scambiandoli per brutte pieghe.
Il mio amore per te è respiro in libero fluire, è corsa in montagna su scorze profumate, è fiato affannoso, è aria pura.
Festeggeremo insieme tra qualche giorno ma per ora, Buon Compleanno, Cucciolo.

martedì 7 luglio 2015

Effetti collaterali dei farmaci e pensieri cupi...

Bisogna difendere la memoria, difendere il passato perché la memoria è limitata, la memoria ha una fine. Può essere una fine data dalla malattia o una fine data dalla interruzione della vita. Ogni volta che qualcuno muore scompaiono miliardi di ricordi che nessuno ritroverà mai più.
I ricordi che non sono mai stati condivisi non avranno nemmeno la possibilità di essere rivissuti nella mente e nelle parole di qualcuno che li ha fatti suoi e che li racconterà  a sua volta.
Molte volte mi rendo conto che racconto ricordi che non sono miei ma dei miei genitori; piccoli avvenimenti che non ho mai vissuto realmente ma che fanno parte del mio archivio della memoria, fatti accaduti prima che io nascessi e che non ho visto con i miei occhi ma che ho visto con il cuore e la mente mentre qualcuno me li tramandava.
Tramandare i ricordi è cercare di andare lontano, è un modo per allungare la propria esistenza oltre i limiti biologici, è vivere nel futuro attraverso la mente di altri.
Ma come si possono, oggi, tramandare i ricordi, gli aneddoti, i piccoli, apparentemente insignificanti, tasselli che compongono la nostra memoria? La vita è veloce, le persone sono lontane, i tempi in cui ci si ritrova brevi e concitati e manca lo spazio dei ricordi. C'è l'urgenza di raccontarsi la quotidianità concreta. Anche lo scritto è veloce come i mezzi che usiamo e tutto viene macinato e dimenticato ancora più in fretta. Il vero ricordo, quello che diventa parte del proprio DNA ha invece bisogno di molto tempo, di ripetizione, di condivisione di pancia, di stupore, di tenerezza, di occhi grandi che seguono la danza delle labbra di parole già sentite almeno venti volte sempre uguali. Allora quelle immagini entrano nella tua mente e diventano parte di te e tu sarai pronto a divenire un aedo, un cantastorie di ricordi che andranno lontano.
Ho ricordi, credo, belli da tramandare ma in che formato? In quale modalità?
E poi ci saranno cantastorie volontari che sentiranno il bisogno di coltivarli questi miei ricordi?




I ricordi di questa meravigliosa donna dove andranno? Quante sfilate del 4 luglio sono mescolate nella sua mente? Che America potrebbe raccontarci? Chi raccoglierà i suoi racconti?

Dal numero di domande che ho scritto è chiaro che questo argomento mi mette qualche ansia e credo che il compleanno appena passato abbia scavato una profonda ruga mentale che mi riporta indietro nel passato con uno sguardo diverso verso il futuro.

Questa settimana sono finita in pronto soccorso per la puntura di una vespa. Una piccola bestiola in ansia per il suo nido che mi ha trasformato in un mostro violaceo e che mi ha costretto a rapportarmi con le mie debolezze, le mie paure più profonde, la mia scarsa autonomia ancora e la sanità americana, efficace, veloce, con le medicine nei barattolini personalizzati e con le pastiglie contate, con le infermiere che ti chiamano "tesoro" e ti fanno un sacco di complimenti su scarpe e maglietta, forse per distrarmi dalla consapevolezza di avere un labbro che sembrava una bistecca penzolante e la bavetta che usciva dall'angolo della bocca.
Spunturata come un cavallo da corsa con steroidi e rimessa in libertà, pronta a fare la lagna qui sul blog.
Abbiate pazienza.





lunedì 29 giugno 2015

Russell Industrial Center...artista cercasi.

Giurin giurello che a breve scriverò un post con le ultime vicende di vita americana ma oggi vi faccio un aggiornamento del post precedente.
Questo Russell Industrial Center mi intrigava moltissimo e finalmente ieri sono andata in missione per voi.
Premesso che era domenica mattina e forse gli artisti dormono la domenica mattina, premesso che non c'era nessun cartello, nessun orario, nessuna informazione, nessun divieto di entrata, lo Scettico ed io, armati di santa pazienza e di macchina fotografica ( vi lascio fare gli abbinamenti!) siamo partiti alla scoperta del centro culturale cult del momento.
L'ambiente è intrigante e sicuramente fuori da ogni schema, la struttura enorme risale agli inizi del '900 ed è ancora imponente e fondamentalmente sana. Nata come industria fornitrice per il mondo automobilistico, durante la seconda guerra mondiale si converte in industria bellica e fabbrica ali di aerei, anche le ali giganti per le fortezze volanti, i B29 diventati mitici e impiega più di 13.000 persone.
Abbandonata negli anni '60, questa struttura ha sopportato e subito diverse utilizzazioni tra cui quella di diventare teatro di esercitazioni militari.
Oggi è un covo di artisti e vi assicuro che il termine "covo" è assolutamente in sintonia con il luogo.
Abbiamo cercato e girato in lungo e il largo, tutte le porte degli atelier erano chiuse con robusti lucchetti nuovi di zecca che stridevano con la decadenza generale  ma di artisti nemmeno l'ombra. Lungo i corridoi, interminabili, una collezione di oggetti e di divani, poltrone e sedie  che avrebbero fatto la felicità di qualunque broccantaro.
Qualche disegno abbandonato, due o tre tele di scarso interesse appoggiate al muro, un uomo armato, un senzatetto,  tutto immerso in un silenzio irreale.
Una spedizione che ci ha lasciati pieni di dubbi e di domande e che necessita un ritorno a breve per ulteriori approfondimenti.
La pagina Fb sostiene che il centro è sempre aperto.




























lunedì 1 giugno 2015

L'arte salverà Detroit, fratello.


Quando dico che abito a Detroit le espressioni del mio interlocutore variano da allibito ad  allibito in una serie di nuances di allibizione che devo dire mi diverte e mi fa sentire donna di frontiera.
Raccontare DETROIT non è impresa facile perché è una città complicata con tante versioni diverse della sua storia. Puoi parlare e chiedere a tanta gente e sentire pareri completamente differenti sulle cause e sui perché Detroit sia finita in un disastro di simili proporzioni. Ci sono ancora versioni che si basano sul bianco e sul nero senza indagare troppo nelle pieghe complicate delle scelte economiche, voci che scaricano tutte le colpe sull'industria automobilistica,  indici che puntano verso responsabilità  politiche.
Molte scelte sbagliate che si sono accumulate negli anni, sicuramente.
Quando arrivi a Detroit le parole si fermano e normalmente è il silenzio che parla.
Le persone che hai in macchina in genere tacciono improvvisamente e guardano fuori dal finestrino, con espressione allibita, uno scenario che li spaventa.
Vedono nelle case abbandonate, nelle fabbriche che cadono a pezzi, nella enorme stazione fantasma una possibile e terrificante proiezione di quello che può succedere ovunque se il meccanismo che abbiamo avviato improvvisamente si inceppa.

La STAZIONE è un posto emblematico, si erge ancora maestosa, nonostante tutto, nel suo elegante stile Beaux arts. Ė lontana dal centro, se ne sta lì, in disparte, ridicolmente protetta da un filo spinato che protegge ormai il nulla.




Le case sbarrate, svuotate, incendiate resistono come vecchi guerrieri a cui hanno rubato tutte le armi. Davanti ad ognuna ti chiedi che storia ti potrebbe raccontare, che vite ha protetto prima di essere lasciata. Adesso le puoi comperare a cento dollari o anche meno.









Detroit è un museo a cielo aperto, una esposizione di fallimenti, una teca di reperti storici che ci devono far riflettere. 
La cosa che maggiormente mi incanta è che dalle rovine il riscatto probabilmente avverrà attraverso l'arte, perché 
l'arte salverà probabilmente Detroit.





Nell' enorme Russell Industrial Center i giovani artisti, che vengono ormai da tutta l'America e non solo, affittano spazi a tre dollari al metro quadro creando sinergie artistiche dove prima, tra le macerie, si addestravano le squadre speciali della polizia














Di' qualcosa di buono su Detroit. 
Non è difficile, questa città è un po' magica e in un attimo ti incanta, Ma quando sei sotto l'effetto di un incantesimo è impossibile raccontare i dettagli logici e le motivazioni reali.
Detroit è un cucciolo abbandonato sul bordo della strada ma occhio è cucciolo di carattere e ti devi avvicinare con le dovute cautele.










Ogni momento il contesto può cambiare, attenti al quartiere che state attraversando.
 Anche percorrendo la stessa strada poche miglia possono fare la differenza ma non siate prevenuti perché proprio dove si accumula quella che pensavate immondizia possono sbocciare idee e opportunità 





Certo non è obbligatorio amare Eminem ma è un tassello che non si può dimenticare...guardate il video è meglio di cento visite guidate. Ah dimenticavo: tiratevi su il cappuccio della felpa, mi raccomando.




"Perciò definitela rivalità tra fratelli 
Prendete la sua vita, la chiamano la rapina imperdonabile 
Un uomo saggio mi ha detto che portare rancore 
È come lasciare che qualcuno che abita nella tua testa senza pagare l’affitto 
Parlo sinceramente, non ho tempo per sfrattare questi pagliacci..."