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giovedì 21 maggio 2015

Inviato normale in territorio incasinato



Attraverso conoscenze di conoscenze, amici di amici fidati, finalmente ho il mio infiltrato inviato Expo di fiducia.
Da oggi, con scadenza "ritienti- fortunata- quando- il pezzo- arriva", sono onorata di ospitare, qui sul blog, una piccola rubrica dedicata alla vita vera dentro l'Esposizione Universale di Milano 2015.
Volete sapere cosa succede all'ombra dei padiglioni, nelle cucine del Qatar, nella lavanderia del Principato di Monaco? Siete curiosi di scoprire i retroscena segreti della vita notturna di Expo, tra camion e controlli di sicurezza? 
Da leggere senza moderazione. 




Capitolo Uno: Danger! Man maybe at work!

Expo è finalmente cominciata, dopo un periodo di gestazione durato otto anni, ha finalmente aperto le porte ai media e al pubblico. 

Ma che sofferenza.

Aver lavorato durante la fase di costruzione di Expo è come aver fatto la guerra del Vietnam qui nel microcosmo fieristico. 

I pochi veterani che sono rimasti, una volta finiti i lavori, si ritrovano nei bar desolati, spersi tra il padiglione colombiano e quello russo a bere vodka e mojito e ad insultare i malcapitati  visitatori ricordandogli quanto sono fortunati, loro,  ad essere arrivati dopo l’apertura, dopo i lavori, dopo…

Sì perché prima non era necessario apparire presentabili al mondo e in questo immenso cantiere è successo proprio di tutto. Non c’erano visitatori paganti ed esigenti quindi il sistema di entrata, di accrediti e di controlli di sicurezza erano gradevoli e piacevoli come sbattersi il ditone del piede sul bordo del letto.
Per capire il sistema di accrediti ed ottenere un pass per entrare era necessario avere un master in comunicazione ed informatica. 

Regolarissime e puntuali erano invece  le interminabili code per entrare.
Le navette, che erano in teoria il modo “veloce” per spostarsi e raggiungere i padiglioni in costruzione, arrivavano a orario svariato, seguendo l’oroscopo e l’umore dell’autista. 

 Moltissimi  infatti erano i camminatori che con pazienza e coraggio, come in un alternativo pellegrinaggio verso Santiago, camminavano, dai venti minuti ai sei anni, per raggiungere il posto di lavoro.


Una volta entrato scoprivi un mondo a parte,  multiculturale e dai paradossi estremi. Le società di costruzioni erano per la maggior parte straniere, molti paesi hanno direttamente importavano le loro società edili e di conseguenza i loro modi di lavorare. 
Per esempio: se nel cantiere inglese non si entrava assolutamente senza scarpe anti-infortunistiche ed elmetto, in Qatar il costume da bagno e le infradito erano adatti e vivamente consigliati per passeggiare nel cantiere.
 Gli Svizzeri avrebbero potuto aprire due settimane prima, la Turchia ha finito i lavori la mattina dell’apertura, i tedeschi, che erano inizialmente in anticipo, non avevano considerato che il Kuwait,  suo vicino di Expo, avrebbe scaricato tonnellate di sabbia nel proprio padiglione riempiendo i germanici di polvere (con grande godimento di tutti i padiglioni latini in ritardo). 

Alla fine erano tutti in ritardo e nelle ultime tre settimane si è vissuto in un stato di panico globale. I ritmi aumentavano, i primi fornitori di attrezzature cercavano di capirci qualcosa e di entrare in Expo (debuttanti), i primi giornalisti arrivavano e ripartivano subito perché tanto non c’era ancora niente da riprendere, le autorità si svegliavano e chiedevano documenti vari ed eventuali, si camuffavano i lavori che  non si sarebbero riusciti a finire e finalmente si parlava dell’apertura.

Alla fine ad aprire ci sono riusciti quasi tutti i padiglioni e malgrado molte perplessità Expo è  bella ed interessante. Non è ancora una macchina perfetta, ci sono  problemi e complessità, però, come dicono i veterani tra uno shot e l’altro…”avresti dovuto vedere prima…”

 Inviato normale in territorio incasinato.


Per tutelare la privacy dell' infiltrato inviato ma soprattutto  per aumentare l'audience della rubrica, l'identità rimarrà segreta.









martedì 19 maggio 2015

Tanti cari saluti...

Si sa che i mariti si annoiano quando il sabato fanno compere con le mogli.
 Mentono spudoratamente mentre, con occhi da cane di S. Bernardo davanti alla ciotola del cibo vuota, ti dicono: bella idea, andare a comperare fiori per il giardino!
Inseriscono il pilota automatico e mettono i neuroni in modalità riposo, con lucina ecocompatibile, dalle nove del mattino del sabato fino alla domenica sera.
Ed è esattamente così  che Sabato scorso ho passeggiato lo Scettico in un enorme vivaio.
Un bello-bello davanti ai gerani, un mmh-mmh vicino alle peonie, un entusiastico sipuòfare al cospetto degli iris. Dopo una buona oretta, soddisfatti e felici delle nostre scelte, ci dirigiamo finalmente  alle casse.
 La cassiera, come da copione, si rende immediatamente conto che non siamo autoctoni:
-Spagnoli?
-Italiani.
Sorriso.
-Di dove?
Lo Scettico si accende.
-Una piccola città vicino a Bologna ( formula ormai consolidata dello Scettico per provocare un barlume di conoscenza nell'interlocutore americano).
Sorriso più aperto.
Quale?
Lo Scettico alza gli occhi dai vasi di peonie.
-Ferrara.
-WoW! Mio marito è di Cocomaro di Focomorto!
A questo punto parte chiaramente la classica rimpatriata da migranti, anche se la signora in questione è americanissima ma, a quanto pare, ferrarese nel cuore, per sempre.
 Le peonie giacciono ormai abbandonate in fondo al carrello, pericolosamente addosso ai gerani che gemono. Rimpiazzo lo Scettico nel trasbordo della mercanzia e ascolto con un orecchio la triste storia del marito della cassiera che, dopo una bella avventura di migrazione felice da Cocomaro alle pianure del Michigan, che sempre pianura è ma senza zanzare, mi va a morire giovanissimo in un hotel in Germania dove si trovava per lavoro, "ma le assicuro che era sanissimo".
 Convenevoli sulla cucina italiana e promesse di ritornare presto in terra estense.
Finalmente la carta di credito scivola decisa nella macchinetta mettendo il punto esclamativo alla rimembranza.
Lo Scettico si allarga nei saluti finali, dimentico della modalità standby che si era reinserita in automatico.
-Arrivederci. Mi saluti il marito!

venerdì 8 maggio 2015

Io sono una donna

Io sono una donna. Sono bianca, a parte le macchie di vecchiaia che incominciano a colonizzare mani e viso.
 Ho occhi azzurri che mi hanno sicuramente regalato piccole opportunità che forse non avrei avuto con occhi meno appariscenti. Gli occhi azzurri sono assolutamente sopravvalutati, credetemi.
Ho i capelli ricci e quelli invece sono una gran cosa, ti fanno risparmiare lunghe ore di parrucchiere e di spazzole torturatrici, certo bisogna saper convivere con un certo stile bohémien o slandrone come avrebbe detto a questo punto mia madre.
Sono stata una bimba paurosa e una lettrice bulimica, ballerina improvvisata, sciatrice passionale e roccambolesca.
Quando ero adolescente facevo moltissima attenzione a come camminavo, convinta che la gente, per strada osservasse i miei passi ma non amavo comunque prendere l'autobus e quindi facevo chilometri, con autocontrollo della postura, per andare a scuola. Mentre comminavo, per passare il tempo, trasformavo le cose e le persone che vedevo in storie, raccontate in terza persona, come nei romanzi di cui mi ingozzavo la notte, fino alle due o alle tre. Leggevo con la mano sull'interruttore della luce, pronta al minimo rumore, come un pistolero. Se qualcuno si alzava, per andare in bagno, spegnevo accompagnando il pulsantino lentamente, per evitare anche il ridicolo clic, mi infilavo in fretta sotto le coperte, con il libro aperto, per non perdere il segno, attaccato alla pancia. Molte volte mi sono ritrovata così la mattina, con i libri come panciere, come borse dell'acqua calda. Parole tenute al caldo, meditate visceralmente.
Con la matematica ero invece un disastro. I numeri, al contrario delle lettere, mi avevano dichiarato guerra fin dalla prima elementare. Per farmi dispetto si chiudevano in un mutismo antipatico e quando dovevo fare qualche calcolo mentale c'era un silenzio irreale in testa, un vuoto desolato che si trasformava in panico mentre scorrevano i minuti. Le tabelline erano un vero incubo e al maschietto odioso del primo banco, che alzava la mano mentre io cercavo un numero credibile da dire alla maestra, sottovoce profetizzavo: vedrai domani al tema, spia. Tanto il tuo tema non lo legge mai la maestra.
Ho sempre amato ridere, eppure il mio punto debole erano proprio i denti, troppo grandi e con la gengiva che sembrava volersi divertire proprio come me e si mostrava, incontrollabile. Ricordo che mia nonna aveva un rimedio, diceva, bisogna massaggiare il labbro superiore partendo da sotto il naso e scendendo lentamente. Non ho mai capito se questo dovesse servire per allungare il labbro e renderlo quindi più pesante e quindi più difficilmente rialzabile o se servisse alle terminazioni nervose, che so, per renderle più consapevolie quindi più facilmente controllabili, per un sorriso più contenuto. Insieme facevamo la ginnastica per il labbro per lunghissimi minuti e lei mi raccomandava di farla anche la sera, prima di dormire. Io non l'ho mai fatto perché avevo paura che il labbro superiore diventasse come quello di un cammello che avevo visto al circo e sinceramente preferivo tenermi la mia gengiva sfacciata che avere un labbrone pesante. E intanto continuavo a ridere.
Io sono una donna. Adesso leggo molto meno perché lo Scettico sboffonchia, si gira teatralmente, urta involontariamente il libro con il braccio, si scusa e dice: no, no, leggi pure.
Vorrei ogni tanto mettermi ancora il libro sulla pancia ma si sa che invecchiando il sonno diventa più leggero e mi ritroverei con gli angoli della copertina nelle costole senza riuscire a meditare visceralmente o peggio ancora, potrei ritrovare il libro sotto lo Scettico, come uno spessore,  come quelli per gli armadi per tenerli dritti e far scorrere le ante. Allora metto via gli odiati occhiali da lettura, chiudo il libro con il segnalibro che mi ha regalato il Tecnico, con la capra in giada che spenzola e che, immancabilmente, urta il vetro del comodino facendo un rumore esagerato nel silenzio della notte e spengo la luce, facendo comunque attenzione al clic dell'interruttore.
Io sono una donna.


lunedì 4 maggio 2015

Buon compleanno, Maresciallo.

Ieri era il suo compleanno e questa notte, puntuale è venuta a trovarmi. Bella come sempre, profumata e curatissima, attiva e piena di energia, come sempre.
Mi organizzava un viaggio tra una tormenta di neve e uno sciopero di taxi senza innervosirsi e preoccupandosi di trovare soluzioni alternative, mi affidava la sua cagnolina perché, dove stava andando lei, non poteva portarla.
Avrei voluto dirle quanto ci manca ma era di corsa e poco propensa alle smancerie, presa da problemi di valige e di trasporti. Avevamo due destinazioni diverse.
Non le ho nemmeno chiesto dove andava, soggiogata dalla frenesia dei suoi preparativi, eseguivo solo le sue direttive.
Con lei era così, con il Maresciallo, come la chiamava papà, non si discuteva, bisognava tenere il ritmo e non perdere tempo.
Mi sarebbe piaciuto abbracciarla forte e raccontarle le ultime cose, farla ridere dei racconti del Tecnico e sussurrarle le giornate di Cucciolo ma era solo un sogno ed io i miei sogni mica li controllo, purtroppo...
Come sempre c'è un senso di vuoto e di impotenza al risveglio e la voglia di richiudere gli occhi, di rituffarsi nel sogno sapendo che è impossibile, che è tutto finito, che puoi solo raccontartelo per cercare di non dimenticarlo nel tragitto letto-cucina, sapendo che appena lascerai il tepore del letto la magia delle sensazioni svanirà e che più ti sforzerai di raccontarle allo Scettico più suoneranno vuote e scialbe.
D'altronde raccontare i sogni allo Scettico è un po' come scrivere che hai visto un ufo sul sito del Disinformatico o spedire una foto con fantasma a Nature e aspettarsi che ne facciano un articolo.
Volevo almeno dirti buon compleanno, mamma.
Buon viaggio.


giovedì 30 aprile 2015

Quando ero giovane credevo in tre cose. Il Marxismo, il potere redentore del cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite. *

Io ero solo una grassoccia e tirolese bimbetta quando uscirono i primi film di Sergio Leone.
 Ho rischiato di perdermeli, come è successo per moltissimi film della fine degli anni cinquanta inizio anni sessanta,  ma Sergio  era un regista geniale e i suoi film si trasformarono immediatamente in intramontabili classici che riempirono la mia infanzia di sogni e  crearono nel mio immaginario un bagaglio culturale talmente sedimentato che sarebbe poi diventato la base sulla quale avrei giudicato tutti i film futuri.
I suoi film furono girati in Spagna, lo so, ma io sognavo invece il West e mentre scorrevano le immagini, sentivo la polvere nel naso e sotto i denti, cercavo di immaginare cosa si potesse provare fisicamente nel cavalcare un enorme cavallo in quegli spazi infiniti, ascoltavo i rumori della natura in modo diverso e volevo tantissimo fermare uno di quei cespugli che rotolavano, rotolavano...
Ecco, finalmente l'ho fatto e vi assicuro che quei cosi sono delle vere e proprie macchine da guerra della natura. Non c'è un millimetro libero da spine e visto che sono secchissimi si spezzano continuamente lasciando centimetri di legno spinoso ovunque.
Mentre uno di quei rotoloni killer cercava di colpirmi io sentivo solo la musica di Morricone nelle orecchie e invece di scansarmi ho assunto la classica posa di Clint Eastwood: piedi divaricati e ben stabili, braccia lungo i fianchi e sguardo perso lontano... ehi, rotolone, quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto. 
Poi ho fatto un balzo, all'ultimo momento, anche con urletto finale di cui tu non saresti stato assolutamente fiero, immagino, Sergio.



Pare che fosse un maniaco dei dettagli. Nella  mitica scena del film il Buono, il Brutto e il Cattivo, quando Eli Wallach scava nel cimitero e apre la bara le ossa che ci trova dentro sono vere, era lo scheletro di una anziana attrice  madrileña che desiderava, secondo la nipote, recitare anche dopo morta. 
Nei suoi film le pistole erano vere, i suoni erano lunghi e ripetitivi, il tempo era dilatato. 
Sergio mi ha fatto sognare un mondo che non esisteva più ma che era stato un preciso momento di transizione, un salto indietro nella storia, un ricominciare in un mondo nuovo che però nuovo non era per niente e che si stava portando dietro tutte le magagne del vecchio.
 Una commedia dell'arte con stivali e cappello.
Ma solo adesso capisco quale era l'elemento principale che mi incantava, lo spazio. Lo spazio fisico e lo spazio psicologico. La possibilità di, perché oltre quelle collinette c'era un mondo da scoprire, ancora e ancora, regole nuove da fare e imprevisti dietro ogni roccia. La libertà vera insomma, quella senza confini che in fondo è solo nella nostra mente o in un film di Sergio Leone.











venerdì 17 aprile 2015

Domani, all'alba.




Li ho persi, entrambi, lo stesso giorno. Strana, commuovente casualità. Se ne sono andati tutte e due in una bellissima giornata d'Aprile, il diciotto, a quattro anni di distanza. C'era il sole, il cielo blu e il tepore della primavera, per tutti e due.
Se ne sono andati lo stesso giorno ma in modi diversi, perché la morte fa un servizio personalizzato e non ama ripetersi.
Imbronciato, papà. Impaziente, mamma.
Ho tenuto la mano a tutti e due e li ho salutati sottovoce, ancora e ancora. Come quando si saluta qualcuno che parte in treno e lo saluti con la mano e gli occhi negli occhi, poi saluti facce sconosciute, poi saluti ferro che scorre, poi saluti un binario vuoto ma nella tua mente ci sono ancora gli occhi di chi ami, sorridenti e fiduciosi.
Mi mancano tutti i giorni, mi mancano dentro, mi mancano sempre ma mi mancano soprattutto quando sono felice, quando vivo momenti speciali che vorrei condividere anche con loro.
Quando passano le cerve, la sera, davanti alle finestre della cucina, allora ti penso papà e vorrei averti vicino e ti immagino che scuoti la testa, stupito e affascinato.
Quando prendo un aereo per un nuovo viaggio, ti immagino seduta al mio fianco, mamma, con la tua borsa piena di cose indispensabili e il mini contenitore per il peperoncino.
Quando trappolo in giardino, papà, mi vengono in mente tutti i tuoi esperimenti botanici, alcuni abbastanza improbabili e i giganteschi cavolini di Bruxelles, ricordi?
Quando arraffo la prima cosa che trovo nell'armadio e riciclo i vecchi jeans, per l'ennesima volta, sento la tua voce divertita che mi rimprovera, mamma e quando esco senza pettinarmi sento l'urletto dietro: Non uscirai mica così?!
Vorrei potervi raccontare dei vostri nipoti che crescono e ci riempiono di soddisfazioni e di sorprese, dei miei non- progressi, dello Scettico e dei suoi viaggi, dei panorami, delle oche canadesi che mi svegliano la mattina, degli opossum buffi e...
Ma domani è ancora il diciotto di Aprile ed io vorrei solo potermi incamminare come nella poesia Demain, dès l'aube e venire a trovarvi ...




mercoledì 15 aprile 2015

Di acqua nel deserto e codici misteriosi...

Per visitare l'Antelope Canyon ci vuole una guida navajo. Questo da circa una quindicina di anni, da quando una comitiva di turisti annegò nel canyon.




Sembra quasi macabro umorismo navajo pensare a gente che annega nel deserto, invece, qui, due volte l'anno, il mondo si trasforma e l'acqua invade con violenza primitiva questi budelli di tenera roccia, trasportando, spingendo, triturando qualunque cosa incontri sul suo cammino. Quando l'acqua  si ritira, tutto è nuovamente perfetto, liscio, ancora più bello. Pronto per noi, ignari uomini bianchi che armati di aggeggi che catturano l'anima ci infiliamo incantati in questi sacri pertugi.
Ah la guida indiana, tanto per farvi capire, sapeva fare foto straordinarie e insegnava a fotografi quasi professionisti tempi di esposizione, parlando di ISO, bilanciamenti e compensazione...





Mentre il fuoristrada corre sul sentiero, che è il letto in secca del fiume stagionale, due turisti americani dialogano con la guida. Ad un certo punto la voce dell'ormone del Montana si fa seria e profonda e in maniera formale, senza saluto militare solo per mancanza di spazio, ringrazia a nome di tutto il popolo americano il popolo Navajo per il servizio e l'aiuto importantissimo durante la seconda guerra mondiale. La guida sorride e risponde con il solito rumore di gola che mi è familiare. Sgomitata ai familiari vicini ( leggi Scettico e Tecnico). Eh? Cosa dice? Che aiuto? Sguardo vacuo dei traduttori. Boh! 
Per la guida indiana il discorso è chiuso ma per fortuna l'americano è ben contento di raccontare e così, una piccola ma incredibile pagina di storia, si apre.

La storia dei Code Talker.  Se già la sapete potete andare direttamente alle foto sotto.
 In poche parole, durante la seconda guerra mondiale,  l'esercito americano aveva bisogno di un codice segreto e indecifrabile, veloce da utilizzare. Qualcuno pensò alla lingua Navajo: difficile, con una sintassi degna del miglior Bartezzaghi, abituata alla sintesi da decenni di guerra senza quartiere e di vita dura ma soprattutto, completamente sconosciuta.
Una trentina di Navajo combatterono al fianco dei soldati americani. Potevano cifrare, trasmettere e decifrare un messaggio di tre righe, in inglese, in appena venti secondi contro i trenta minuti richiesti da una macchina dell'epoca.
Chi non era addestrato al codice, anche parlando la lingua Navajo, percepiva solo parole e verbi completamente scollegati tra loro. 
Come sempre la storia venne fuori tanti e tanti anni dopo la fine della guerra e le medaglie d'oro vennero date a quattro vecchietti duri a morire e una trentina di eredi di altri, che ormai avevano già serenamente raggiunto gli avi guerrieri nelle praterie celesti. 
Per chi fosse interessato c'è un film che racconta questa piccola parte di storia, con Nicolas Cage: Wind talker. Non assicuro una perfetta ricostruzione storica...sapete quando c'è di mezzo l'uomo bianco, bisogna diffidare.









To be continued...

mercoledì 8 aprile 2015

Quando il vento cessa di soffiare, si muore.

La lingua Navajo ha suoni lunghi che ti accarezzano  ma spezzati, improvvisamente, da strani fonemi corti che colpiscono come schiocchi.
Il popolo Navajo non guarda verso l'alto perché tutto quello che conta, per loro, è sotto i piedi e nelle rocce.
Hanno una incredibile fantasia visiva e riescono a scovare forme fantastiche in ogni angolo.
 La testa d'aquila, però, l'ho vista pure io.




 Non sorridono spesso e quando li ringrazi ti rispondono con un suono strano, veloce, di gola.
Gli uomini di una certa età hanno visi che ti incantano e occhi sospettosi.


 Le donne hanno capelli pesanti e neri che non amano essere tagliati. Quando sono corti si ribellano in strane forme a pagoda, quando sono lunghi si trasformano in meravigliose trecce che si appoggiano, fiere e immobili, lungo la schiena.




Quando entri in una hogan e pensi di infilarti in un posto buio e claustrofobico, devi fare immediatamente ammenda, perché la luce che penetra dall'alto si diffonde intensa, moltiplicata dal legno chiaro della struttura interna che è un capolavoro di carpenteria. Ti siedi a terra e riesci ad  immaginarla decorata di tappeti e stoffe e fai fatica ad uscirne.







I Navajos abitano  adesso in case container, poco curate esternamente ma che io ho immaginato  colorate e allegre dentro, proprio come una hogan.







Vivono in una dimensione di spazio che per noi europei e inconcepibile, se poi sei italiano, quando visiti la loro terra, ti convinci di essere nato in una scatoletta di fiammiferi minerva.




Ho avuto l'impressione che i Navajo non amino particolarmente i turisti, ma, grazie ad una sconosciuta e bizzarra turista italiana che è passata dalla riserva raccontando storie di terribili maltrattamenti subiti dal popolo italiano ( all'unanimità abbiamo pensato al periodo fascista ma non siamo riusciti a capire veramente, poteva trattarsi anche del periodo delle invasioni barbariche!), la nostra guida indiana, Goyathlay "uno che sbadiglia", Felix per l'uomo bianco, ci ha trattato come compagni di sventura e per un attimo ci siamo immaginati fianco a fianco nella lunga marcia. Ci ha detto che era stata una cosa molto triste quello che avevamo passato.
 Detto da lui suonava strano e terribile.








To be continued...





venerdì 27 marzo 2015

Domande

A cosa ha pensato? A cosa non ha pensato?
 E salito sulla scaletta e li ha guardati negli occhi. Li ha sentiti salire, uno per uno, sorridenti, rumorosi. Tutti con il loro biglietti in mano e con un numero in testa. Ha sentito le voci dei colleghi salutare più di cento volte, augurare una buona giornata che non ci sarebbe mai stata.
 Ha contato i tonfi delle cappelliere che non si sarebbero più aperte e si è riempito gli occhi dell'azzurro tenero che avvolge El Prat de Llobregat.
Cosa si è ricordato? Cosa non si è ricordato?
 Forse non ha ricordato la tenerezza delle mattine di Natale, in pigiama, con i piedi gelati. Non ha ricordato il mare e i giochi sulla sabbia. Non si è ricordato dell'odore dell'erba dopo un temporale e del profumo dei pini, le sere d'estate.
Ha ascoltato con sarcasmo le raccomandazioni di sicurezza, forse è stato il solo ad ascoltarle mentre l'ombra dell'aereo solcava il mare di Barcellona.
Cosa ha detto? Cosa non ha detto?
 Ha raccontato della cena in un piccolo ristorante del barrio di Gràcia, ha letto numeri e confermato dati, mentre le montagne si avvicinavano. Ha ascoltato le parole del comandante, quelle che tutti aspettano di là in cabina e pochi capiscono. Ha annuito sull'ora di arrivo.
Respirava piano mentre  sfiorava la roccia, perché è una manovra delicata.
Cosa sognava il bimbo del 25 B?

mercoledì 25 marzo 2015

Zibaldone

Il siparietto con le suorine e il cardinale non  mi è piaciuto. Il tono e le parole del monsignore non solo non erano divertenti ma erano una summa di banalità maschiliste. Detto.

Angelina credo stia esagerando ma ognuno può agire come vuole con il suo corpo. Certo che qui negli USA non è  da tutti potersi curare a questi livelli. La prevenzione è incoraggiata ma il costo degli esami è folle e non tutti hanno assicurazioni che coprono questi costi in modo decente. La sanità americana è complicata e mi lascia perplessa, molto perplessa.
Se si pronuncia la parola Obamacare, nella mia classe di inglese, alla prof viene un attacco di bile e si trasforma nel terribile Hulk. Quando avrò un livello di inglese migliore vi spiegherò perché. Da ricordare.


Sempre nella mia classe di inglese, alla domanda cosa vi manca di più del vostro paese, le brasiliane in coro hanno gridato: Mutande. Sappiatelo.

L'articolo di maggior consumo, in questo periodo sul suolo americano,  sono i vestiti da sera. Le feste di fine anno sono alle porte. Ma la mattina vanno ancora a scuola in pigiama e Ugg.
Io però mi ci sono infilata in un camerino pieno di vestiti, paillettes, ragazzine e ciccia. Io ho collaborato con la ciccia e l'entusiasmo. Ho detto una serie infinita di: nice, amazing, gorgeous. Mi sono divertita tantissimo e lo Scettico ha preso la forma della poltroncina come un barbapapà. Fatto.

Qui i dentisti non devitalizzano i denti e non li tolgono. C'è lo specialista della devitalizzazione e quello dell'estrazione. Però parlano tutti tantissimo mentre lavorano e ho scoperto: 1) che la costiera amalfinana è il posto più bello del mondo; 2) che negli anni settanta le voci in falsetto piacevano molto qui oltreoceano e la assistente di sedia non sapeva rispondere a colpo sicuro se chi stava cantando era maschio o femmina. Qui si fa cultura.

Vi ho già detto che gli americani urlano nei ristoranti? Soprattutto le donne? Se poi è sera e il ristorante è carino il tono aumenta e ridono fortissimo e cantano. Vi ho già detto che gli americani tengono una mano sotto il tavolo mentre mangiano? Gira una strana scusa che racconta del  vecchio West, di pistole e pranzi in relax con i commensali. Io diffido ancora. Lamentela.

Oggi piove, ho un leggero mal di testa, leggo brutte notizie e mi deprimo.
 Avrei un montón di cose da fare e invece scrivo frivolezze qui sul blog.

Aprile si avvicina e il mio zibaldone di giorni tristi e felici mi sta per travolgere.