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sabato 8 agosto 2015

Lettura domenicale

     Gli occhi nella neve

Fosco non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio di una catastrofe ma di sicuro sapeva che quando il prete saliva la strada con un passo veloce e tenendosi la tunica con tutte e due le mani c'era nella aria qualcosa.
- Buongiorno Don! - Gridò forte Fosco contro il vento che saliva dalla valle.
Il prete bofonchiò qualcosa e fece un cenno di saluto con la mano, senza quasi girare la testa. Continuò la strada a passo svelto con le spalle piegate da chissà quali pensieri. La strada dopo pochi metri si restringeva e diventava un sentiero che seguiva il saliscendi dei poggi.
Chissà dove stava andando don Aldo, si chiese Fosco, il sentiero portava in direzione della casa del pecoraio e poi si inerpicava verso l'ultimo paese della vallata ma ci voleva almeno un ora di buon cammino e poi a Figliano c'era già  don Giustino che diceva messa, tra un bicchiere e l'altro.
Fosco sorrise pensando a don Aldo.
Un brav'uomo, don Aldo, se non fosse stato per il vizio di saltare giù dalle finestre.
L'ultima volta, saltando, si era rotto un piede e le stampelle, con il loro cupo doppio tonfo sul selciato, avevano sottolineato per un paio di mesi la sua colpa, ad ogni passo trascinato. Era stato anche convocato dal Vescovo in città ed era tornato sobrio e serio. Le omelie della settimana seguente si erano stranamente popolate di angeli giustizieri, di fiamme calde dell'inferno e le anziane del paese avevano stretto il rosario tra le mani con più determinazione che durante il maggio.
Quel Berto lo aveva  capito subito che il don era saltato giù dalla sua camera da letto in quella primaverile  mattinata, la stessa  in cui  lui avrebbe dovuto essere a  Cadenzano, per delle carte, ma poi si era invece fermato troppo dal Gigante, a parlare di  quel terreno che voleva vendere e aveva deciso di rientrare a casa a mangiare un boccone, prima di andare nei campi. 
Gli era bastato guardare le guance arrossate di sua moglie agitata e  che parlava troppo forte in mezzo al gruppetto  delle donne. Tutte cercavano di aiutare il don che si contorceva per terra, sotto casa, sotto la finestra,  tutte tranne lei.
 E i due avevano certo sentito che  lui stava arrivando,  'chè in paese tutti si salutavano a voce alta e ogni volta che si incontravano, fosse stata anche la ventesima volta e ti chiedevano tutti dove andavi e cosa stavi facendo, tutte le volte, sempre.
E  così, mentre il Berto girava l'angolo della canonica per spuntare nello stradino di casa, la Maria  lo aveva visto e tutta allegra gli aveva buttato lì un bel:
- Oh Berto, dove vai? Visto che bel sole oggi?
Poi il tonfo, il grido soffocato e le grida delle donne alla fontana.
Tutto il resto era diventata storia da bar.
Fosco sorrise.
Il pennato tagliava metodico e il suono era quello giusto dato dalla filatura perfetta della lama. Ogni movimento preciso del polso corrispondeva ad una larga mezzaluna di erba che si reclinava sul terreno. Mezza luna dopo mezza luna Fosco andava veloce e preciso. Stava ancora sorridendo quando gli parve di udire un grido. Acuto, brevissimo.
Veniva dal paese. No. Lo aveva portato il vento, veniva dal sentiero. Forse qualcuno aveva fatto un grido per chiamare. No era troppo corto e spaventato. E se fosse stato don Aldo che era caduto, questa volta non da una finestra? Valeva la pena dare un'occhiata, pensò Fosco. Buttò il pennato sul mucchio di fieno e si avviò lentamente.
Le nuvole cariche di pioggia salivano in fretta dalla valle e lui pensò che se il don era caduto, magari per la caviglia ancora debole, si sarebbe preso un bello sguazzo a stare sul sentiero. Girò l'angolo della collina e si infilo nel sentiero sassoso incorniciato di cespugli di sorbo. Oltre i cespugli c'erano i terreni coltivati ma erano tutti deserti, vista l'ora.
Il sentiero era silenzioso fino alla curva e Fosco decise di arrivare fin là prima di chiamare.
C'era profumo di legna bruciata nell'aria e di funghi.
- Don Aldo?!
 Lo gridò senza convinzione. Era sicuro di aver male interpretato quel suono che già aveva perduto potenza nella sua mente. Forse qualche ragazzo in paese che faceva lo stupido, nient'altro. Una perdita di tempo.
- Oh, don Aldo! 
Stiracchiò ancora più la o per allungare la portata del richiamo.
Fatta la curva, il sentiero si apriva in un leggero slargo erboso dove, qualche decennio prima, mani e muscoli pietosi avevano costruito una piccola edicola dedicata alla Madonna. Appoggiato all'edicola, seduto a gambe larghe e con la testa ciondolante, stava don Aldo.
Fosco incominciò a correre, come corrono i contadini, con falcate lunghe ma poco veloci, mettendo i piedi nei posti giusti senza guardare. Mentre si piegava sul prete si accorse di uno strano odore di fiori, intenso e dolciastro e pensò che quello era l'odore del sangue dei religiosi.
Don Aldo, che vi è successo? Forza, svegliatevi!
Il prete pareva svenuto, era pallido e leggermente sudato. Fosco si tolse la fedele coppola che lo accompagnava ovunque e con quella in una mano si mise a fare aria al don mentre con l'altra gli dava ruvidi colpetti su una guancia.
Mi ha parlato...biascicò don Aldo, ancora con gli occhi chiusi.
Via! Apra gli occhi! La voce di Fosco tremava leggermente.
La Madonna...mi ha parlato. Adesso la voce era più chiara. Il don aprì gli occhi all'improvviso  e guardò Fosco con un'espressione allibita e quasi accusatoria.
L'hai fatta scappare tu!
Ma chi?
La Madonna, Fosco! Era qui e mi ha parlato.
Va bene, adesso alzatevi, forza.
Aiutato dalle forti braccia di Fosco, il prete si alzò e istintivamente si portò la mano alla testa, si guardò le dita, erano sporche di sangue.

La storia di don Aldo e della Madonna poteva essere semplice e banale se fosse rimasta confinata nella buia osteria del paese. Tra qualche bicchiere di vino e carte scurite di terra e di mosto, la storia del prete prese la via della burla e si spense in pochi giorni perché priva di particolari intriganti. La stessa storia si tinse di altri colori e pigliò un’altra proporzione nella stalla dove si riunivano le vicine di casa di Fosco. Ogni volta la narratrice aggiungeva alla storia dei particolari che riteneva importanti e certissimi e il dialogo tra i due uomini si dilatava. La visione della Vergine  si arricchiva di effetti speciali come nuvole, cerchi di luce e squilli di trombe. 
Le frequentatrici assidue della messa mattutina prestarono maggiore attenzione alle parole del parroco dopo “l’incidente”.
Fu così che egli stesso definì quello che era successo, “l’incidente”,  per sfuggire alle domande insistenti della perpetua e delle parrocchiane. 
La perpetua, era una donna alta e mascolina che non si era mai sposata e che aveva trascorso la sua vita a lucidare gli ottoni della chiesa, inamidare i centrini degli altari e vestire i santi per le processioni. Parlava poco e pareva sempre arrabbiata, attributo utilissimo per scacciare i mocciosi dal cortile della parrocchia armata di scopa e di grandi mani. Lei don Aldo lo conosceva bene. Conosceva i suoi calzini buttati sotto il letto, le sue sottane sporche di fango e il suo debole per le gonne. 
Sapeva dei suoi salti dalle finestre e dei bicchierini all’osteria ma conosceva anche la sua disponibilità, il suo intuito per le situazioni difficili in seno alle famiglie e l’abilità di aiutare senza mai essere invadente. Lui sapeva parlare con tutti senza barriere e si faceva voler bene.  Le sue omelie non erano dei capolavori di arte oratoria e cercando l’ispirazione le faceva praticamente tutte alla cieca. Chiudeva gli occhi, infatti e alzava il viso verso l’alto leggermente girato a sinistra verso l’altare di S. Michele e parlava così con gli occhi chiusi. Non aveva l’aria mistica ma sembrava piuttosto un bimbo che cercava di ricordarsi le tabelline. Faceva lunghe pause, talmente lunghe che a volte perfino la  vecchia Mirella alzava gli occhi dal rosario per vedere se era ancora lì. Tirando le somme il suo prete era un brav’uomo che guidava la sua comunità in modo corretto. 
L’incidente lo aveva scosso e aveva avuto un forte mal di testa per qualche giorno ma non voleva parlarne. 
- Don Aldo, si raccontano storie strane in paese - lo aveva incalzato una mattina presto in sacrestia.
- Lascia che raccontino- aveva risposto seccato.
- Forse, se lei dicesse come sono andate le cose, veramente, la gente smetterebbe di ricamarci sopra. 
- E come sono andate le cose, veramente? La guardò dritto negli occhi, a lungo, come mai aveva fatto.
- Non ho niente da dire, sono caduto e ho battuto la testa, cosa c’è da ricamare?
La perpetua ebbe la netta sensazione che quel giorno fosse stato proprio l’inizio dei guai che vennero in seguito.

La domenica successiva una giovane donna, non del paese, si sedette in fondo alla chiesa. Era pallidissima e il velo nero sui capelli raccolti sottolineava i tratti fini del volto. Finita la messa attese da sola don Aldo fuori dalla sacrestia tenendo tra le mani, con infinita cura, un tessuto ripiegato. Quando il prete uscì dalla piccola porticina verde e vide la donna che non conosceva, capì  subito che era lì per chiedere aiuto. Molte volte venivano da altre parrocchie per chiedere piccoli favori, lontano da occhi e orecchie indiscrete. A volte erano lettere da scrivere, altre erano piccoli aiuti economici, oppure erano liti da raccontare per avere un parere autorevole. Sorrise alla ragazza che si avvicinò a testa bassa. Quando fu vicina si inginocchio in fretta, raccolse il bordo della tunica e se la avvicinò  alle labbra  con tale fervore che don Aldo ne rimase meravigliato. Non era certo abituato a queste cose.
- Su, su non sono mica una reliquia! Cosa posso fare per te?
La ragazza invece di parlare allungò la stoffa ripiegata verso il parroco. 
- Beneditela Padre, è  la vestina di mio figlio, è malato e forse voi potete fare qualcosa, altrimenti sarà  già benedetta per il funerale.
Don Aldo non capiva, tutta questa strada per qualcosa che poteva tranquillamente fare il parroco del loro villaggio.
- Prese la vestina delicatamente  con la sinistra e con la mano destra fece sulla stoffa il segno della croce sussurrando le parole…in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
- Grazie Padre. Sussurrò la ragazza. 
Riprendendo la camicina  dalle mani del prete le trattenne nelle sue e le baciò entrambe. Strinse la vestina al seno e si avviò in fretta lungo la strada che attraversava il paese. Aveva una buona ora di cammino davanti nonostante le gambe giovani. 
Don Aldo restò sul sagrato a ripensare a quella strana visita. 
Poi l’odore del pranzo della domenica lo riportò alla realtà e si avviò veloce verso casa.


Due settimane dopo tutte le file di sedie in chiesa erano occupate e anche  il coro dietro l’altare rumoreggiava maggiormente. I due chierichetti erano particolarmente agitati e strattonavano i paramenti. Come sempre fu sufficiente alzare leggermente la voce per rimetterli al loro posto.
- Oh, ragazzi che c’è stamane? Mi sembrate un po’ troppo agitati! È tutto pronto?
- Sì don Aldo…libri, campanella, calice e ciotola. Rispose svelto il più grande.
- Ci sono tanti uomini nel coro, come se fosse festa grande, eh don Aldo? Chiese cantilenando il piccolino.
- Farà troppo freddo fuori sul sagrato… rispose il don sorridendo.
- No, la mamma ha detto che se la Madonna è venuta a trovarvi vuol dire o che siete proprio un gran peccatore o che siete un santo e che quindi è meglio venire ad ascoltarvi e ha detto al papà che era meglio che entrasse anche lui invece di parlare delle vigne fuori con gli altri. Che qualcosa di buono lo poteva, forse, imparare. Ma voi siete un santo, don Aldo?
- No Sandrino, non sono un santo. Dai sistematevi che iniziamo!

L’omelia fu più faticosa del solito. Le parole sfuggivano e non riusciva a trovare gli esempi giusti. Aprì gli occhi e abbassò lo sguardo verso le parrocchiane. Aspettavano.
Lo guardavano incuriosite e si aspettavano da lui chissà quale parola salvifica.
Cosa stava succedendo alla sua parrocchia sonnacchiosa?
Vicino all’altare di S.Michele, seduta in seconda fila, c’era la giovane donna della benedizione, gli sorrideva e stringeva tra le braccia forti un fagotto da cui spuntava una piccola testina. 

Finita la messa, fuori dalla porticina verde c’era un piccolo gruppo di donne e un omone con un cappello in mano. Ebbe la tentazione di rientrare in fretta in chiesa e di nascondersi dietro il coro ma lo avevano ben visto e i loro occhi erano carichi di una strana espressione, un misto di attesa, paura, rispetto. 
Avevano problemi diversi ma tutti legati alla salute, loro o di qualcuno restato a casa sdraiato in un letto. Tutti avevano portato un indumento o un oggetto. L’omone chiese di benedire una tazza.

Quel pomeriggio don Aldo non passò dal bar e decise invece di ritornare alla piccola edicola dove aveva avuto “l’incidente” e  da dove non era più passato. Camminò piano come se cercasse di rimandare l’incontro. Nello spiazzo erboso, l’edicola si ergeva piccola e dignitosa. Unica novità, rispetto al solito, una colorata raccolta di mazzolini, composti di fiori tardivi e foglie di castagno, allegramente accatastata  sul ripiano dell’edicola a nascondere, quasi,  la figura della Vergine. Si avvicinò e appoggiò la mano al tetto del tabernacolo. Freddo. Cosa si aspettava?
 Non si ricordava niente di quel giorno, era stato Fosco a raccontargli di averlo visto passare sul sentiero, di aver sentito un grido e le frasi strane che aveva detto risvegliandosi. Lui non si ricordava nemmeno perché era andato da quelle parti. Non aveva parrocchiani da andare a trovare quel giorno, non aveva niente da fare in quella parte del paese mentre aveva invece disertato stranamente un appuntamento con le parrocchiane per il piccolo coro. 
Lui non ricordava niente.
Si accovacciò davanti all’immagine e spostò delicatamente i fiori per guardare in volto la Madonna. 
Il pittore aveva dipinto frettolosamente il vestito e il velo che ricadeva in grosse pieghe pesanti e irreali. Anche il bimbo che teneva in braccio non era stato ben dipinto e il piccolo volto paffuto era leggermente asimmetrico, sgraziato. Entrambi guardavano intensamente dritto davanti ed entrambi non sorridevano. Il viso della Vergine era invece straordinariamente proporzionato e delicato. Gli occhi erano intensi e cercavano un dialogo con gli occhi di chi guardava. Forse erano stati due artisti a dipingere, un maestro e un allievo, forse. Don Aldo sorrise. Non si era mai soffermato molto davanti al tabernacolo. Era fuori dai soliti percorsi, non faceva parte di nessuna processione e nemmeno nel mese di maggio era un punto di preghiera.
Si lasciò catturare dagli occhi della Vergine e si mise a pregare.

Faceva quasi buio quando don Aldo, infreddolito, spinse la porta di casa. Era affamato e stanco. Si tolse il mantello e lo appoggiò sulla sedia, unico arredo della stretta entrata. La perpetua gli aveva lasciato la cena sul tavolo della cucina e il camino era acceso. Chiuse la porta per scaldarsi, aveva mani e piedi gelati. Si sedette e si fece il segno della croce prima di toccare il pane. Nella stanza c’era odore di fumo e di minestrone.
Si versò un bicchiere di vino. Era un vino scuro, acido e che gli faceva venire un noioso bruciore allo stomaco ma lo confortava e gli riempiva la bocca e il cuore. 
Dopo tre cucchiai di minestra e due bicchieri di vino, quando un certo benessere incominciava ad infiltrarsi nelle ossa, fu spaventato da colpi fortissimi dati alla sua porta.
- Don Aldo! Don Aldo!
La porta della cucina si spalancò e Fosco entrò stravolto.
- Don Aldo…Renata!

La bambina era sdraiata sul tavolo della cucina e il colore del viso non lasciava ben sperare. I capelli, in parte bagnati di acqua e sangue, erano incollati al viso e i piedini sporchi erano abbandonati come se dormisse. 
Correndo verso la casa il padre aveva raccontato della caduta della figlia dal muretto del fondo. Giocava, don Aldo, giocava con quello stupido gatto.
- Hai chiamato il medico? 
È andato il  mio Livio ma ci vorranno almeno due ore, sempre che lo trovi. C’è bisogno di lei, don.
Mentre saliva verso la parte alta del paese si rese conto di non avere con se i paramenti sacri. Adesso, vicino alla bimba, si sentiva inadeguato e impotente. Tutti gli occhi erano puntati su di lui tranne quelli della madre che si copriva il volto con il grembiule e le mani come per nascondere quello che stava succedendo.
Si avvicinò alla bimba, prese tra le mani i suoi piedini. Freddi. Si mise a massaggiarli per scaldarglieli. 
Portate una coperta! Disse guardando la bambina. Non sopportava più tutto questo freddo. Una delle sorelle portò correndo una coperta enorme e la diede al prete. Nessuno toccava la bimba come se già fosse morta. Decise di avvolgerla e per farlo le sollevo il busto circondandola con le braccia. Aveva un taglio dietro l’orecchio ma il sangue aveva già smesso di uscire e si era formato un grosso grumo scuro. Decise di prenderla in braccio per meglio avvolgerla e appoggiò con delicatezza la testa bagnata sulla spalla. Adesso era completamente avvolta nella pesantissima coperta tessuta certamente da qualche nonna o zia. La coperta toccava il pavimento e don Aldo restò in piedi con il peso della bimba sul suo avambraccio sinistro. Con la mano destra segnò la fronte con un piccolo segno della croce…
in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Quando arrivò il medico condotto, con la sua borsa pesante, la bambina era già in braccio a sua madre e si guardava intorno spaventata ma sveglia.

Nella casa di Fosco ci fu una settimana di follia, lui, dopo una iniziale resistenza abdicò completamente e cercò di stare in casa il meno possibile. Purtroppo la campagna richiedeva poche attenzioni in questo periodo dell’anno ma c’erano mille e mille altre cose da fare, per fortuna. Non poteva  più sopportarle tutte queste donne che si fermavano ed entravano in casa per farsi raccontare ancora e ancora tutto quello che era successo ed era stato detto e fatto nella sua cucina. Anche sua moglie, che normalmente era una donna concreta e di poche parole, si era lasciata coinvolgere in questa pazzia collettiva e parlava, parlava, aggiungeva, aggiungeva.
Una sera, sdraiati nel grande letto con il materasso scricchiolante di foglie di mais, Fosco cercò di riportare le cose alla giusta dimensione. 
- Mi pare che stiate esagerando. Disse piano nel buio.
La moglie non rispose. Ne percepiva la tensione dalla mancanza di movimenti.
- Tenete calme tutte queste donne. Non è successo niente di straordinario,  lo ha detto anche don Aldo.
- È stato un miracolo. Rispose lei secca.
- È stata fortuna, una grande fortuna.
- Allora don Aldo incontra tante persone fortunate in questo periodo. 
Sua moglie fece uno strano suono con le labbra, come un sbuffo, per sottolineare quanto trovava assurde le parole del marito. Si girò sul fianco in modo brusco. La conversazione era terminata.
Fosco fece sogni strani quella notte. Era vicino all’edicola della Madonnina ma l’immagine era scomparsa. Nevicava in grandi fiocchi che danzavano nel vento prima di posarsi leggeri. Faceva freddo, molto freddo. Poi era comparsa Renata, sorridente che lo salutava con la manina, scalza nella neve e con i capelli bagnati. Alla base dell’edicola, adesso, c’era una grande macchia di sangue che si allargava piano nella neve. Fosco sapeva che doveva fare qualcosa ma non riusciva a muoversi. Poi era arrivato Livio, il figlio maggiore, serio come sempre, con il gattino di Renata, lo teneva per la coda, spenzolante, morto.


Fu convocato dal Vescovo. Erano passati due anni dall’ultima chiamata e non era certo stato un incontro piacevole. Mentre si vestiva quella mattina, in un freddo pungente, era inquieto e da un paio di giorni il suo stomaco  si faceva sentire con un gran bruciore che saliva fino al petto. Aveva detto la messa della mattina nella piccola cappella, come sempre, ma le donne erano numerose e si erano strette e sistemate anche lungo i bordi. Rimpiangeva le messe praticamente deserte di un tempo. Un tempo. Erano passati solo quattro mesi da quello strano giorno ma era come fosse passata un’eternità. Tante cose erano cambiate. La gente lo trattava in modo diverso, gli parlava in modo diverso e le sue giornate erano piene di persone da incontrare, consigli da dare. La Perpetua cercava di fare da filtro e scoraggiava quelli che arrivavano per semplice curiosità o piccoli problemi che assomigliavano a scuse.
 Dopo due ore di viaggio, di cui la metà a piedi, arrivò dal Vescovo all’ora di pranzo. 
La sede vescovile era una grande casa signorile che si ergeva, centrale, nella piazza della cittadina. Due imponenti telamoni sorreggevano con  grande fatica l’architrave dell’entrata principale e il loro sguardo era truce. Non erano mai piaciuti a don Aldo quei due guardiani seminudi eppure ogni volta li osservava affascinato e ogni volta ne scopriva un dettaglio  nuovo. Il giovane prete che lo accolse ai piedi dello scalone era nuovo, magro magro e leggermente ricurvo, aveva l’aria di chi ha studiato tanto. Sorrideva timido ma la stretta di mano era decisa e sicura.
- Benarrivato don Aldo. Sua Eccellenza la sta aspettando.
Salirono silenziosi i gradini di pietra. Il Vescovo era seduto dietro la grande scrivania e stava leggendo con una lente di ingrandimento qualche documento. Alzò la testa sentendo il rumore dei passi. 
Riprovazione. Ecco quello che lesse negli occhi del Vescovo quando si appoggiarono ai suoi.
Senza parlare il Vescovo allungò la mano per permettergli di fare il gesto dovuto e sempre senza parlare gli fece segno di sedersi.
- Non posso lasciare andare questa storia, don Liberti. Cosa mi combina, ancora?

Don Aldo parlò pochissimo e le poche parole furono quasi tutte dedicate al racconto di quella strana sera in cui era svenuto vicino al tabernacolo della Vergine.
 Parlò dell’amnesia della giornata e delle strane parole che aveva detto quando si era ripreso. Aveva cercato di spiegare a sua Eccellenza che tutto era nato dalle chiacchiere delle parrocchiane. Alla parola “parrocchiane” c’era stato un leggero movimento di sopracciglia da parte del Vescovo che aveva una buona memoria e che non aveva nemmeno quella volta apprezzato le scuse del suo parroco. 
- Lei ha la straordinaria capacità di cacciarsi nei guai, don Liberti e di crearmi guai, pure. Ma questa volta le voci sono arrivate ancora più in alto. Lei sa quali sono le nostre linee guida per quanto riguarda questi delicatissimi argomenti, vero? Prudenza, rigore, preghiera ma soprattutto prudenza. Deve tenere calmi i suoi parrocchiani e deve essere più rigoroso, caro don Liberti.”
Le linee guida furono molto lunghe e anche i consigli e le raccomandazioni. 

Era proprio stanco mentre risaliva verso il paese, si sentiva svuotato di ogni energia e a differenza della precedente romanzina, questa sentiva di non meritarsela.  Gli ultimi mesi erano stati forse i mesi più intensi della sua vita di religioso, aveva avuto la sensazione di dare qualcosa, di essere un vero pastore per il suo piccolo gregge e per la prima volta si sentiva all’altezza del suo incarico. 
Pregava con maggiore energia e convinzione e meditava molto di più durante la giornata. L’inquietudine che lo attanagliava normalmente lo aveva quasi del tutto abbandonato e la sera si addormentava sereno. Dove aveva sbagliato? 
Si alzò di cattivissimo umore la mattina seguente, iniziò con un piccolo battibecco con la perpetua, fece una brusca omelia alle mattiniere parrocchiane e si defilò dalle richieste di consigli che riempivano ormai le sue mattinate. Si diresse verso il tabernacolo, aveva bisogno di riflettere.
Scendevano rari fiocchi asciutti di neve e il cielo era grigio blu, si era avvolto nel mantello pesante e si era messo un cappello di lana nero. Scelse un sentiero che tagliava fuori il paese per incontrare meno parrocchiani possibile e ai pochi che incrociò fece veloci cenni di capo senza raccogliere i loro inviti a scambiare due chiacchiere. Quando raggiunse l’edicola la neve incominciava a coprire con un leggero strato bianco il tettuccio della piccola costruzione, avvicinandosi fu avvolto da un profumo intenso di fiori. Abbassò lo sguardo sui vecchi mazzolini portati negli ultimi giorni e che ormai giacevano secchi e sicuramente non profumati, semi nascosti dalla neve. Eppure il profumo era fresco e dolciastro come quello dei mazzi estivi della sua perpetua. Più si avvicinava e più il profumo lo invadeva diventando quasi nauseante. Ebbe un giramento di testa e si dovette appoggiare completamente all’edicola. Forse era questo che era successo quel giorno - pensò.
Cosa vuoi? La sua voce risuonava strana nella neve. Compatta e cupa.
A chi parlava? Si chiese.
Si sedette piano per terra con la schiena appoggiata al tabernacolo, le spalle alla Vergine.
Vuoi punirmi? Ho peccato, lo sai e ho chiesto perdono troppe volte, sai anche questo.
I fiocchi di neve si posavano sul mantello nero come magici decori, in un attimo sparivano lasciando un piccolissimo alone. Non nevicava spesso da quelle parti ma quando accadeva lo spettacolo degli ulivi imbiancati aveva il potere di renderlo allegro e spensierato come un bambino. Ma non oggi.
Aveva voglia di piangere invece.
Non piangeva da tanti anni, da quando era uscito dal seminario, forse. Non aveva pianto nemmeno per lei, nemmeno davanti al suo corpo composto e severo adagiato sul letto. Era arrivato tardi e lei se ne stava lì, imbronciata, con un rosario tra le mani magre e il velo intorno al volto, come fosse in chiesa. Certo, le lacrime erano salite come un ruscello verso gli occhi pronte ad uscire ma quando l’aveva toccata tutto si era fermato, bloccato, indurito, come era lei. Le immagini di lei sulla porta di casa che si asciugava le mani nel grembiule stropicciato con i suoi occhi neri senza calore che lo guardavano partire verso il seminario, lei che scrutava le sue lacrime di bambino senza commozione, quasi con fastidio, lei che aveva un brutto odore e che non lo aveva nemmeno baciato quel giorno, quasi non fosse più suo figlio ma un estraneo da tenere sulla porta. Queste immagini gli giravano in testa e come aveva voluto lei non era più il figlio accanto al letto ma il prete che recitava le preghiere dovute per una vecchia, per i suoi figli, per i suoi nipoti.
Nessuna lacrima e tante parole di speranza e conforto, per gli altri.
Non sentiva più le gambe, il freddo si stava infilando sotto i vestiti. Doveva alzarsi ma le gambe erano molli come anche le braccia ed era così stanco. Si mise lentamente a carponi e poi in ginocchio.
Occhi negli occhi.
Eccoti qui. Parliamo un po’ tu ed io.
Sono un misero prete con pochissimi meriti e molti peccati. Ma tu puoi aiutarmi. Cosa devo fare?
Gli occhi della Vergine erano due pozzi scuri dove gettarsi in caduta libera ed essere salvato. Erano tutti gli occhi delle donne che aveva usato e in cui aveva cercato di perdersi. I volti di quelle donne ora si confondevano, si deformavano fino a diventare il volto del piccolo dipinto. Tutti i momenti in cui aveva peccato si mescolavano in un solo momento di perdizione ed era come un vortice che lo stava trascinando in un pozzo.
Lasciati andare, lasciati cadere, solo perdendoti completamente ti salverai.

Ci mise moltissimo a tornare in canonica, faceva fatica a muovere le gambe che erano diventate pesanti. Mentre passava sotto la casa di Fosco sentì la vocina acuta e squillante di Renata che lo salutava e alzando gli occhi la vide in piedi sul muro dell’orto che faceva ciao con la manina, rispose facendo ciao con la mano ma la voce non voleva uscire. Si sarebbe messo subito a letto, pensò, aveva preso freddo in mezzo alla neve. Faceva quasi buio ormai, vicino alla piazza incrociò la Mirella che risaliva verso casa recitando il rosario e le sussurrò un buonasera ma la donna non girò il capo come  se non si fosse nemmeno accorta della sua presenza. In mezzo alla piazza si fermò a guardare il cielo che adesso era terso e di un colore viola intenso. Era un mantello di velluto che si stava srotolando sopra il paese come per proteggerlo, il mantello della Vergine, che strana immagine gli era venuta in mente, pensò che forse aveva una leggera febbre, doveva mettersi a letto. Si accorse in quel momento che la porta della piccola cappella, quella delle messe mattutine, era aperta. Forse la perpetua faceva pulizie serali. Entrò piano senza far cigolare la porta. Tutto era a posto nella piccola chiesetta ad una navata, le pareti laterali erano semplicemente pitturate di bianco e gli unici arredi erano delle sedie impagliate, un piccolo altare di marmo e un crocifisso. A metà navata c’era una donna seduta, schiena dritta e occhi verso il Cristo, la chiesa era praticamente immersa nel buio. Don Aldo percorse la navata e si fermò a fianco della donna, le guance  erano rigate di lacrime, le mani si strofinavano nervosamente in grembo. C’era un alone di sofferenza intorno a quella donna, la osservò meglio e solo in quel momento si rese conto di conoscerla, era la nipote della sua perpetua, quella che non riusciva ad avere figli. Don Aldo si sentiva stanchissimo, voleva tornare a casa ma doveva fare qualcosa, dirle due parole. Si sedette nella fila davanti a lei e percepì subito uno strano calore che  veniva dalla donna, un calore piacevole come se si fosse seduto vicino alla stufa della cucina. Che strana sensazione, pensò. Era una strana serata quella. La ragazza adesso teneva il viso basso e si asciugava le lacrime con il dorso della mano. Don Aldo allungò il braccio e le accarezzò la guancia vellutata e umida. 
Andrà tutto bene - le sussurrò con una voce ormai roca e faticosa- il bimbo arriva presto, ne sono sicuro.  Lei sorrise guardandosi le mani. Anche don Aldo sorrise.
 Mentre usciva dalla chiesetta ormai buia ebbe la sensazione di non essere sola, aveva il cuore leggero e la preghiera l’aveva proprio aiutata.

Quando Fosco salì il sentiero con la fascina di legna sulla spalla, la neve aveva smesso di cadere e la luce intensa del pomeriggio giocava con il bianco e il verde della campagna.
Pensò ad un cane accucciato vicino al tabernacolo e sorrise pensando che perfino gli animali si erano lasciati prendere da quella follia mistica che aveva invaso le donne del paese.
Poi vide che era del tessuto, poi vide che era un uomo e infine si accorse che era don Aldo.









10 commenti:

  1. Letto d'un fiato, quasi trattenendo il respiro in attesa di arrivare alla fine.
    Che peccato sarebbe stato ridurlo a 8000 battute!

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    1. Piaciuto quindi? Cosa ne pensi del finale?

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  2. Piaciuto molto. Il finale non mi arrivato inatteso, l'ho percepito tra le righe, tra le parole aleggia l'attesa di qualcosa di grande e grave. La leggerezza si mescola con la nostalgia è questa l'atmosfera che più mi ha intrigato.

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  3. Sono arrivata in fondo con il diaframma bloccato. Io non avevo letto la prima parte nell'altro post. Non mi sono resa conto di quanta emozione stavo accumulando mentre leggevo, solo dopo il finale...mi sono cadute due lacrime sulla tastiera.
    ciao
    Paola

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  4. Molto bello, intenso. Ben scritto. Brava. mi è piaciuto molto.

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  5. Ciao Migola,

    Che sorpresa il tuo racconto!!
    Ti ho mandato due msg, ma non li vedo comparire...Non so se dipende dal fatto che , avendo cambiato indirizzo-blog, non sono più riconosciuta dal computer...;-)

    Se invece è semplicemente perché non sei ancora passata di qua, non importa, cancella il doppione!

    Ribadisco, però, che il tuo racconto è davvero interessante e ben scritto, ambientato in quelle realtà ristrette, in questo caso di montagna, dove gli eventi strani spesso vengono interpretati come soprannaturali...O dorse lo sono davvero? ;-)

    Tu sei stata abile a lasciare quel velo di mistero...!!
    ( Si sente, comunque, che hai vissuto in ambienti così o ne hai sentito parlare!)

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  6. Ah, ecco!! Stavolta il msg è partito!! ;-)

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  7. Ciao! come sai ti seguo sempre e mi piace molto come scrivi, per questo ti ho insignita di un premio, che comportera` un po' di lavoro da parte tua. Per questo motivo non so se mi ringrazierai, ignorerai o odierai. http://claudiablabla.blogspot.com/2015/08/liebster-blog-award.html Intanto io mi leggo il tuo racconto, finalmente, visto che quando lo hai pubblicato ero in vacanza ed il cellulare si rifiutava di "lavorare". Ciao!!!

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  8. Sempre un piacere leggerti.
    Un caro saluto,
    aldo.

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